La Democrazia del terrore

In principio era Charlie Hebdo. Poi una serie infinita di violenza. Parigi. Copenaghen. Suruc.  Ankara. Poi ancora Parigi, Bruxelles, infine Monaco. La Francia, il Belgio, la Turchia, ora la Germania. In mezzo una dozzina di attacchi sventati o non del tutto “riusciti”.
Ci uccidono nei bar, nelle sale concerto, sui treni e negli aeroporti. Con le pistole, con i fucili, con le bombe, con i coltelli e le accette, con le auto o con un camion.
Attacchi pianificati ed in gruppo, attacchi condotti dai singoli, attacchi non pianificati che sembrano quasi condotti a caso, solamente col desiderio di uccidere. Qualsiasi obiettivo va bene, qualsiasi bersaglio colpito mina la sicurezza del quotidiano.
In questa escalation c’è tutto ed il contrario di tutto. Nessuno è escluso. Nessuno è immune.

L’esperienza immediata della forza

In molti hanno visto nell’ultimo attacco di Monaco una ulteriore conferma della impossibilità di un contrasto al terrore. Ma questa visione è stata da subito accettata da una larga parte dell’opinione pubblica, già a partire dagli attentati dello scorso anno, in una sorta di rassegnazione generale.

È il segno di un tempo in cui i rapporti umani sono diluiti e la violenza quasi mai considerata; ne sentiamo spesso parlare nei telegiornali, ma come fosse una brutta abitudine, la ignoriamo, la nascondiamo a noi stessi, come polvere sotto al tappeto. È il segno di una generazione ormai indifesa che vive per la prima volta l’espressione della guerra. In maniera diversa, immediata, perché senza accorgersene si ritrova davanti una visione “disumana” della vita. Senza rispetto per l’esistenza, senza nessun valore.

Il veleno del sospetto

È in questo contesto che si diffonde, come una epidemia, il veleno del sospetto. Ad alimentarlo però non ci sono semplicemente le spinte conservatrici e le sensazioni di un “assedio”; c’è più di qualcosa che non torna nei rapporti tra quella parte “moderata” dell’Islam e la parte invece “estrema”. È indubbio che in questa partita di prevenzione contro il terrorismo si giochi in parte dentro le moschee, nelle famiglie di musulmani, nella possibilità di individuare gli elementi più esposti e più pericolosi. Dopo ogni attentato rimbalza dai media un particolare che lascia aperto lo spiraglio di un miglioramento, di una progressiva laicità dell’Islam; a Nizza fu la comunità che scese in piazza il giorno successivo, oppure la presenza di una trentina di musulmani tra le vittime; ieri a Monaco è stata l’apertura delle Moschee a significare e ad interpretare questa vicinanza. Ma questo non può essere sufficiente ed anzi, c’è come la percezione che tutto questo sia qualcosa di estremamente forzato, quasi cercato più come rassicurazione che come elemento effettivamente determinante per salvare delle vite. Non possiamo accettare una presa di posizione “di facciata”, perché di questo stiamo parlando. A sostegno di questa tesi non c’è solo il silenzio assordante di alcuni Imam, ma ci sono le dimissioni di Hocine Drouiche, vice presidente degli Imam di Francia, che dopo la strage di Nizza ha accusato le istituzioni musulmane che, a detta sua, si “accontentano del ruolo di spettatore”.

Le scelte della politica

In questi casi, le reazioni politiche non tardano ad arrivare, e spesso si tende a considerare il fenomeno terroristico insieme al fenomeno migratorio; e la risposta che si ottiene è quasi sempre una accusa di populismo e di sciacallaggio. In effetti, fino a pochi giorni fa, non c’erano prove di un legame tra le traversate del mediterraneo e la logistica delle stragi, in quanto gli attentatori erano spesso già residenti in Europa e per raggiungere i paesi dove è presente Daesh si utilizza piuttosto la rotta balcanica, passando per la Turchia, o una tratta aerea.
A smentire questa tesi sono arrivati gli attacchi che la Germania ha subito in questi ultimi giorni; attacchi che hanno evidenziato come la confusione che ruota attorno alla gestione dei rifugiati possa agevolare l’azione di reclutamento e  come la grande massa di musulmani presenti nei vari stati dell’Eurozona finisca per funzionare da nascondiglio sicuro per coloro che si radicalizzano.
Così come è innegabile che ci siano dei contatti strettissimi tra il mondo degli scafisti e quello dell’islamismo, coordinati in una rete che garantisce a tutti gli agenti in gioco risorse ed informazioni.

A questo punto si obietterà che il diciottenne che ha colpito a Monaco non aveva contatti diretti con l’IS e che l’assassino di Nizza non era granché religioso, anzi. Si dirà che sono “solamente” dei folli, dei casi isolati.
Su queste posizioni si muove in via ufficiosa l’Europol, mentre nell’esecutivo francese si è sfiorata la crisi di Governo con Manuel Valls che sosteneva la tesi che vede nel terrorismo islamico il principale responsabile di questa situazione e con il suo Ministro dell’Interno che invece minimizzava le responsabilità, sostenendo la tesi del “lupo solitario”.
In realtà ambedue le visioni hanno un fondamento concreto, ma non colgono il punto fondamentale ovvero: sarebbero stati commessi comunque questi “gesti isolati” senza la spinta terroristica dell’estremismo islamico? Avrebbero avuto lo stesso impatto mediatico?
Queste sono le domande fondamentali, su cui invece non ci si interroga abbastanza. Perché se la risposta che ci diamo – che scegliamo di darci – è quella della mancanza di collegamenti tra i singoli ed il clima in cui agiscono, sostenendo che questi attacchi ci sarebbero stati comunque, anche senza Parigi, anche senza la campagna d’odio che lo Stato Islamico porta avanti da anni ormai sui social e con le decapitazioni, allora la rassegnazione è più che giustificata, perché significherebbe che praticamente non possiamo fare nulla per arginare questo fenomeno.
Ma se invece la risposta che scegliamo di darci è quella di considerare il quadro generale degli eventi, il particolare momento storico in cui si sviluppa, arrivando a concludere che c’è un legame tra i folli autori delle stragi ed il contesto, che li fa sentire meno soli, che dà coraggio in qualche modo a delle menti labili, seppur indiretto ma c’è, allora prenderemmo consapevolezza che senza il richiamo territoriale e geografico di uno Stato Islamico non ci sarebbe la parte “religiosa” degli attentati, e che senza il clima che creano gli attentati religiosi anche i “gesti isolati” dei folli avrebbero meno impatto sul terrore percepito.

Ma ci sono degli aspetti ancora più drammatici in queste settimane di sangue, e che avranno sicuramente ripercussioni determinanti sulla politica tedesca.
Nella rapidità delle ultime settimane, in cui il terrore alzava sempre di più l’asticella della nostra sicurezza, un fatto – che ha riacceso le fiamme dell’estrema destra tedesca ed i dubbi su un modello di integrazione finora considerato un esempio – era passato sottotraccia.
Meno di una settimana fa un 17enne afgano ha colpito con un accetta i passeggeri di un treno regionale tedesco, urlando frasi che riconducono l’attacco alla matrice islamista, poco dopo infatti rivendicata. Non ci sono state vittime, fortunatamente. Ma l’aspetto inquietante è la qualifica che aveva l’attentatore: arrivato come minore non accompagnato nell’estate 2015, era stato prima in un centro d’accoglienza ed aveva seguito la procedura per la richiesta d’asilo. In seguito era stato affidato ad una famiglia della zona. Alcune fonti tedesche hanno rilanciato anche la possibilità che avesse mentito sulla sua età e sul luogo di provenienza, ipotesi finora non confermate.
A sbatterci in faccia la realtà, sono attivati altri due casi – dopo quello di Monaco – anche questi poco considerati: giusto ieri, un 21enne siriano ha colpito, pare al termine di una lite, diverse persone con un machete, uccidendo una donna incinta; qualche ora dopo un altro siriano si è fatto esplodere all’uscita di un locale ad Ansbach, ferendo dodici persone. Il primo era un richiedente asilo, ma non c’erano legami col terrorismo; il secondo era un rifugiato siriano la cui domanda d’asilo era stata respinta un anno fa ma che aveva ottenuto un permesso di soggiorno provvisorio per via del conflitto in Siria.

Leggendo questi tre casi, appare certo che questi soggetti non erano il “prodotto” di una situazione di disagio periferico ed economico, come spesso piace immaginare ai media, ma erano alcuni dei tanti che seguono il percorso legale.
Non venivano da una situazione di disagio, anzi.
Senza dover aggiungere considerazioni in merito, sembra evidente come questi fatti pongono degli interrogativi enormi sul sistema d’accoglienza e di integrazione, ma anche sulle responsabilità che ha lo Stato in questi casi. Responsabilità che non possono essere delegate alle cooperative che gestiscono i centri né alle famiglie ospitanti.

La debolezza dell’occidente

Eventi mediaticamente impressionanti, che hanno bisogno di giorni, anzi, di settimane, per essere “metabolizzati”, così vicini, eppure apparentemente non collegati.
La follia dei singoli, l’uso della forza in sostituzione o in difesa dei valori della Democrazia, gli eventi – i tagli della Storia – che impongono ai popoli, ai civili, agli innocenti di dover considerare la morte, il terrore, la paura, il sospetto.

Non è una banalità, anche se può sembrarlo. In un tempo – come abbiamo detto – privo di riferimenti, siamo costretti da quello che succede intorno a noi a cercare delle risposte; e le troviamo nei disturbi psichici degli attentatori – che li rendono più lontani da noi e dalla nostra realtà; le troviamo nella perdita di significato delle nostre istituzioni democratiche, così a lungo costruite, e così a caro prezzo, ma che oggi diamo per finite; e le troviamo infine in noi stessi, nella filosofia del “qui ed ora”, che ci dice che ogni minuto è importante e che del futuro non dobbiamo preoccuparci, ché tanto non dipende da noi.

In molti, in queste ultime settimane, hanno trovato conforto anche nelle parole e nelle profezie di Michel Houellebecq, che è stato a lungo in testa alle classifiche con il suo ultimo romanzo: “Sottomissione”. Un romanzo difficile, che pure è riuscito a diventare un evento mediatico e che è stato letto tantissimo; la trama è ambientata nel futuro, nel 2022, in una Francia governata per la prima volta da un Primo Ministro di religione musulmana, in cui va in scena una conversione di massa ed una scomparsa delle libertà più semplici e più ovvie.
Un libro che molti prendono ad esempio come denuncia della illiberalità dell’Islam, della sua anti-democraticità. Fraintendendo invece quello che il messaggio più profondo che si snoda nelle ansie e nelle paure del protagonista: non è la forza – solamente millantata – dell’Islam, né la forza del terrore la causa della sconfitta dei nostri valori; siamo noi, è la nostra debolezza, è l’incapacità di reagire, è il voler sempre giustificare, trovare attenuanti, accogliere anche dove non c’è nulla da accogliere. Oppure il rispondere odiando, ma non capendo.

Ci eravamo illusi che potesse esistere una democrazia senza eserciti e senza armi, dove non avremmo più combattuto nessuno. Senza considerare che la violenza ed il terrore ti piombano addosso, e mettono a nudo le indecisioni, e lasciano indifesi. Abbiamo ottenuto una democrazia senza forza, la democrazia del terrore, in cui l’unica risposta che troviamo è la rassegnazione.
Non dobbiamo più chiederci se abbiamo la possibilità di reagire, perché ormai abbiamo il dovere di reagire.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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