Al di là della destra e della sinistra

Come in film western, la scena politica italiana è oggi un tutti contro tutti. I ballottaggi della scorsa domenica hanno stracciato il velo che Renzi provava a tenere in piedi per nascondere i problemi del suo partito; hanno consegnato la destra ad una divisione che non produce nessun risultato, ma con la consapevolezza che i numeri ci sono, nonostante tutto.
Il clima è tesissimo e l’impressione è che il saloon si prepari al duello finale; il terreno su cui giocarselo, già lo sappiamo, è il referendum di ottobre.
Ma, al di là dei dati che ci fornisce questa tornata elettorale, è l’idea stessa politica ad essere in crisi. Da anni ormai, non solo in Italia.
Il contesto in cui viviamo è profondamente segnato dalle conseguenze dalla crisi e ancora di più in Europa, dove il motore dell’economia non è ancora ripartito come negli Stati Uniti.
In questi anni la crisi stessa si è trasformata, è diventata sociale e si è istituzionalizzata, imprimendo agli Stati europei un senso di paralisi e di urgenza costante.

Inutile negare che il contesto politico è lo specchio di questa situazione e del senso di rabbia che i cittadini avvertono; certo la causa non è solo questa, ma è una delle principali. Sono quindi i movimenti “di rottura” a farla da padrone: i nazionalismi xenofobi nei paesi dell’est Europa, il Front national in Francia (con il movimento di Macron a rappresentare un ulteriore alternativa), il Regno Unito alle prese con il referendum sulla brexit e con Farage, la Grecia di Tsipras, l’Italia e la Spagna.
Fa eccezione solamente la Germania, che però paga il prezzo di un governo di coalizione a discapito del gioco democratico dell’alternanza. E probabilmente gli stessi Renzi ed Hollande hanno beneficiato dell’ideologia di rottura nella loro scalata verso il potere ed il Governo.

Fare dei paralleli tra Paesi è estremamente scorretto, ma su tutti questi esempi il panorama politico italiano e quello spagnolo sembrano essere veramente i due più indicativi. Sia nell’uno che nell’altro, a causa dell’inefficienza dei partiti e della corruzione, c’è stato una impellente richiesta di cambiamento che però ha preso direzione totalmente diverse, se non opposte.
In Spagna, ad affiancare la destra e la sinistra tradizionali, ci sono due partiti nuovi, Ciudadanos e Podemos, rispettivamente di destra e di sinistra, mentre in Italia c’è un unico nuovo partito, il MoVimento 5 stelle, che si pone come alternativo alla destra ed alla sinistra tradizionali, anzi, al di là della destra e della sinistra.

E, nell’era dei partiti liquidi, della disintermediazione, è proprio questo il grande tema della crisi della politica: se esiste ancora una divisione tra destra e sinistra, e su cosa si fonda.
Facciamo un esempio per spiegare il concetto: il Movimento 5 stelle è entrato in Parlamento sull’onda dell’entusiasmo e della richiesta di “onestà”, che è diventato il must di questa nuova proposta politica. Ma se, ipotizziamo, da domani destra e sinistra tornassero a svolgere la loro funzione in maniera del tutto onesta e trasparente, allora il Movimento si ritirerebbe dalla scena politica? Certamente no. La ragione è presto detta: il reale obbiettivo dei 5 stelle (e del loro fondatore) non è solamente l’onestà; è la distruzione dei partiti a favore di una rinnovata democrazia diretta che possa agire velocemente attraverso il web.
E qui si pone la seconda fondamentale questione politica del nostro tempo e del nostro paese: se cioè hanno ancora senso i partiti così come li abbiamo conosciuti; e quindi se possono ancora svolgere la delicata funzione di “diaframma” tra la società civile e le istituzioni e se possono ancora essere una valida scuola di formazione e di selezione della classe dirigente del paese.

Andiamo con ordine. Guardando i dati del primo turno, eravamo in una situazione di sostanziale equivalenza tra le tre forze politiche principali in gioco: centro-sinistra (in calo), centro-destra (in cerca d’autore) e M5S. In particolare, il movimento 5 stelle otteneva dei buoni risultati a Roma ed a Torino ma era quasi al 20 % nei comuni più piccoli, o addirittura più indietro.
Non aveva torto chi sottolineava l’impossibilità di ricavare un dato nazionale all’indomani degli scrutini.

Due settimane dopo, passati i ballottaggi, sembra essere cambiato tutto. Il dato politico c’è, ed è chiaro: il Movimento è tremendamente avvantaggiato rispetto ai competitori nel caso riesca ad arrivare al ballottaggio.
Alcuni hanno trovato le ragioni di questo exploit nella volontà di non fare alleanze, altri hanno provato a far passare questo dato come una vittoria dovuta alla bravura dei candidati a 5 stelle. Il vero probabilmente sta nel mezzo; ma è quello che sembra essere passato in secondo piano il dato politicamente più importante, e cioè che sia gli elettori che al primo turno hanno votato centro-destra, sia quelli che hanno votato centro-sinistra, hanno preferito votare il Movimento. Il partito della nazione di cui tanto si è discusso e pontificato non esiste, nemmeno nelle urne.
Anzi, la divisione destra/sinistra è ancora forte, e non sono pochi gli elettori che hanno votato per far perdere l’avversario storico invece che per il cambiamento. Purtroppo, quelli che si contano sono i voti e non le motivazioni, su cui si può fare solamente dietrologia senza conferme.

Il secondo dato politicamente rilevante è che se al primo turno i risultati dei cinque stelle sembravano circoscritti nelle grandi città, nel ballottaggio la rilevanza che ha assunto la vittoria dei pentastellati è senza dubbio di portata nazionale. Questo perché non è pensabile che nei piccoli comuni i cittadini votino il sindaco che avranno per i successivi cinque anni (e che probabilmente conosceranno anche di persona) per fare “un dispetto” al Governo (cosa invece ipotizzabile nelle grandi città).
Senza contare il fatto, anche questo tremendamente importante, della progressiva stabilizzazione dell’elettorato a 5 stelle, che si consolida ma che, come gli altri partiti, non sembra ancora abbastanza appetibile da riportare al voto gli astensionisti.
Siamo quindi davanti ad un sistema politico che si presenta come articolato su tre poli vicinissimi tra loro, e con un astensionismo comunque alto.
Questa considerazione si lega ad altre due variabili del contesto: le correzioni che opera all’espressione di voto il sistema maggioritario dell’Italicum ed il rapporto con i flussi di voto sempre più rapidi e più indecifrabili.
Stando così la situazione, ci ritroveremo con due forze politiche che vanno al ballottaggio praticamente appaiate ed in cui il voto della terza (quella esclusa) diventa determinante, proprio come in queste elezioni comunali. Con una enorme differenza però: nelle elezioni comunali il ballottaggio è ammissibile poiché concorre all’elezione di un organo monocratico quale il sindaco, e non per l’assegnazione di un premio di maggioranza. Il rischio è quello di introdurre, attraverso il ballottaggio, una elezione indiretta del Presidente del Consiglio.

Si obietterà, “ma questo lo sapevamo anche prima”. Certo. Ma un sistema maggioritario di questo tipo ha senso solamente nel momento in cui vi è un bipolarismo sostanziale con molti piccoli partiti che impediscono la governabilità ed hanno un enorme potere di ricatto, maggiore di quello che i cittadini hanno voluto assegnare loro nelle urne. Con un sistema tripolare, invece, la correzione del premio di maggioranza finirebbe per operare non a discapito di piccoli partiti, ma di due poli molto più consistenti, con la sola funzione di mandare al governo una minoranza del Paese. Col rischio – chiaramente – di logorarsi per tutto il tempo della legislatura, con ogni passaggio elettorale (eventuali referendum, amministrative, regionali) che diventerebbe un voto “contro”.

Purtroppo però, i partiti italiani sono contingentati sulla lotta per il Governo, ed il loro orizzonte si estende al massimo fino ad ottobre, fino al referendum sulla costituzione, che sembra la manna dal cielo che risolverà tutti i problemi. Non hanno tempo né voglia per una riflessione seria sul significato e sull’importanza della loro stessa esistenza, e sul loro ruolo soprattutto. Una riflessione che, a questo punto, è vitale per la loro stessa sopravvivenza. Da una parte un insieme disomogeneo di correnti e di rendite personali di posizione, dall’altra un luogo di discussione e di aggregazione, possibilmente con le sezioni piene. Due immagini opposte, il cui contrasto si potrà risolvere soltanto con una immensa forza di volontà dei politici stessi. Con una convinzione: senza politica trionfa l’opportunismo e l’interesse dei singoli.

Nei saloon almeno c’era la regola di non sparare sul pianista; nella politica ormai nemmeno quella.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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