La rivoluzione del “migration compact”

Lo scorso 15 aprile il Governo italiano ha inviato una lettera al presidente di commissione europea Jean-Claude Juncker e al presidente del consiglio Ue Donald Tusk con allegato un non-paper (che significherebbe in pratica “documento ufficioso”) contenente una proposta sulla gestione dell’immigrazione da parte dell’Europa, ricevendo pronta risposta da parte di Junker, cinque giorni dopo. Il documento è stato subito pubblicato anche sul sito ufficiale del governo (qui il link).

Il piano, che prende il nome di “migration compact” prevede una serie di investimenti nei paesi del Nord Africa da parte dell’Unione Europea, tramite progetti mirati ma anche tramite gli UE-Africa Bonds, cioè passando attraverso i mercati finanziari. Inoltre, per completare il quadro istituzionale è prevista la creazione di strumenti per l’inserimento dei lavoratori al mercato europeo ed uno schema di reinsediamenti.
Dall’altra parte l’Europa chiede ai Paesi terzi la disponibilità a collaborare nella gestione dei flussi migratori in maniera molto più rigorosa, con una cooperazione sull’identificazione, sui documenti, sui rimpatri e sulle richieste d’asilo, ma anche con una Guardia di Frontiera europea e con una rinforzata lotta ai trafficanti.
Un meccanismo sicuramente innovativo ed omogeneo, sul modello dell’accordo con la Turchia, in nome di una collaborazione bilaterale con l’Africa.

C’è molto altro però dietro la praticità e la concretezza della proposta: c’è un messaggio verso l’Europa ed i suoi governanti e verso gli avversari interni, contemporaneamente. A questo punto va detto che ci troviamo davanti ad una vera e propria rivoluzione, un cambio di prospettiva e di punto di vista incredibile. Per diversi motivi.
Primo: il “migration compact” porta alle estreme conseguenze l’atteggiamento tenuto dall’UE sul fronte greco, atteggiamento che ha portato sostanzialmente a sub-appaltare la gestione delle frontiere ad uno stato non appartenente all’Unione (la Turchia, appunto). Di conseguenza, il governo italiano si sente nella posizione di chiedere perché l’Europa non decide di gestire tutte le rotte in questo modo? Perché cioè non intraprendere una politica coordinata anche con altri Stati provando a spostare gli argini più a sud e stimolando un meccanismo di stabilizzazione?
Secondo: per come è strutturata la proposta, il fenomeno migratorio viene considerato nella sua totalità, partendo dalle cause, affrontandolo come una tematica permanente e strutturale del mondo globalizzato e del nostro tempo, e non più come una emergenza – il che certifica la non-elettoralità e la pragmaticità della manovra.
Terzo: il governo Renzi con questa proposta chiede all’Europa una gestione unitaria dei suoi confini, scardinando quel quadro complessivo che ha visto per troppe volte i governi nazionali arroccati su posizioni reazionarie in totale contrasto con il flusso della Storia e con gli eventi circostanti.

Dall’altra parte, è il punto di vista politico che suscita ancora più scalpore. Non è un segreto che il piano del Governo italiano integra al suo interno una dialettica su cui molto spesso la destra ha costruito intere campagne elettorali; una dialettica che chiede costantemente una gestione più rigorosa dei confini e degli immigrati, anche laddove questo dovesse comportare attriti sul piano sociale.
Ecco, questo è il messaggio per gli avversari interni. Catturando dei temi propri del centrodestra, Renzi implicitamente tenta di mettere fine alle strumentalizzazioni sull’argomento, alimentando ancora di più l’idea per cui chi si oppone a questa proposta lo fa solamente a fini elettorali (essendo argomenti che per molto tempo ha utilizzato lui stesso). Contemporaneamente però, il premier smuove anche dalle sue posizioni quella parte di sinistra extra-parlamentare “no border” che, per anni, ha dato l’idea di chiudere un occhio sui migranti clandestini ed irregolari.

Il messaggio dunque è: con l’immigrazione dobbiamo imparare a conviverci, dobbiamo smetterla di affrontare il tema come politici e dobbiamo farlo come statisti tutti insieme, senza egoismi nazionali e senza strumentalizzazioni di partito, se veramente vogliamo risolvere la questione.

Siamo pronti a scommettere che Renzi puntava moltissimo su questa proposta in termini di rilevanza mediatica. Rilevanza che invece non ha ottenuto per una congiunzione di eventi che hanno spostato l’attenzione su altri temi. Ma, d’altro canto, quale esponente della sinistra di governo poteva pensare di passare inosservato mentre concretizzava la proposta dell’ “aiutiamoli a casa loro”? Eppure, è successo. Da non credere.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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