Un fanatico dell’uomo chiamato Marco Pannella

Non ascolto molta radio, ma ogni tanto, in macchina, di fronte a viaggi più lunghi di un quarto d’ora, invece che scegliere i soliti Cd masterizzati, mi metto ad ascoltare qualcosa sulle onde medie. E negli ultimi anni gli unici due canali che ho memorizzato sullo stereo dell’automobile sono: la frequenza di Radio Radicale a Sud di Roma e la frequenza di Radio Radicale a Roma centro. Ed è così che ho conosciuto, in senso lato, Marco Pannella.

L’ho conosciuto ascoltando – mai interamente, lo ammetto – l’interminabile conversazione domenicale con Massimo Bordin e, da qualche tempo, con Valter Vecellio. L’ho conosciuto aspettando – alle volte – che passasse la mezzanotte per ascoltare i materiali di archivio mandati in onda dalla radio di cui era editore. Comizi, convegni, dibattiti parlamentari, le poche e sempre più rare comparse televisive. Echi di una Repubblica, la prima, e suoni di un’altra, la seconda, di cui Pannella è stato sia padre che nonno. Due epoche politiche che Giacinto, detto Marco, ha attraversato come una scheggia impazzita senza togliersi mezzo grammo di dignità, onestà, spontaneità e profondità intellettuale. Il padre un po’ eccentrico o il nonno un po’ matto dell’Italia moderna e contemporanea.

È sempre stato un uomo di altri tempi, Pannella. E il suo tempo è sempre stato il presente rivolto al futuro. Non il presente contingente, alle volte spicciolo, alle volte meschino, forse politicamente conveniente, ma mai veramente efficace. Non il futuro scollegato dal presente,o un futuro monolitico e asfissiante, per colpa di qualche ideologia religiosa o politica. Ma un presente che, di volta in volta, ha posto nuove sfide ai suoi ideali, che gli hanno fatto immaginare – talvolta sbagliando, spesso azzeccandoci – un futuro, magari lontano, ma realistico e concretizzabile.  Era un idealista anti-ideologico. Era un pragmatico visionario. Uno che avrebbe fatto i patti anche con il Diavolo pur di portare avanti le sue idee granitiche, ma in grado di essere messe in discussione.
Era aperto alla discussione, ma aveva un carattere duro e testardo. Non riesco a immaginare quante ne avranno passate i suoi compagni radicali per fargli cambiare idea su qualcosa. Da quel che so, era un personaggio che era convinto della giustezza delle sue battaglie, che non vendeva mai cara la pelle in un dibattito e che non mollava mai l’osso, portando – alle volte – all’esasperazione i suoi interlocutori. E più di qualche volta, quantomeno per farsi sentire, ha portato all’esasperazione il suo corpo.

C’è uno slogan che mi è sempre piaciuto molto ed è quello dell’associazione radicale “Luca Coscioni”: “Dal corpo dei malati al cuore della politica”. Ecco, la Politica – in maiuscolo – per Pannella era una malattia positiva e proattiva. Una malattia che alle volte usava il suo corpo, martoriandolo, per parlare alla politica – in minuscolo – e alla classe politica – spesso, ancor più minuscola.  Strumentalizzava il suo corpo nel senso più neutro del termine, perché lo rendeva consapevolmente un strumento, nel bene e nel male. E ha insegnato ad altri a fare lo stesso, diventandone, più di qualche volta, portavoce. E non parlo solo degli altri che lo seguivano in lunghi digiuni della fame o della sete. Ma mi riferisco ai malati terminali, ai detenuti, ai tossicodipendenti, agli affamati del terzo mondo. Ha insegnato a tutti che il corpo può essere uno strumento per per trasformare una condizione privata in una domanda pubblica, civile e politica.

È riuscito a prendere per mano delle minoranze, in carne ed ossa, e a trasformarle in maggioranze, in carne ed ossa. Ha interrogato e svegliato le coscienze. È partito, spesso, dagli ultimi per mandare un messaggio ai primi, dicendogli: “Guardate, sembrano pochi ma in realtà sono molti di più, e ve lo posso dimostrare”. Ma soprattutto ci ha insegnato che possiamo essere più liberi. Non nel senso assoluto del termine, ma in una società, con altri individui, uguali a noi e diversi. Ha cercato di dirlo difendendo la legalità, ma non nel senso di guardie e ladri, ma nel senso più alto e nobile del termine: ha difeso, cioè, lo Stato di diritto, che toglie il potere all’arbitrio o tenta di limitare l’arbitrio della politica e del potere. In poche parole si è battuto per la libertà dei cittadini in un paese che si professa democratico e liberale. Ma non si è mai battuto per il popolo inteso come un tutt’uno: ma per il popolo inteso come universo di individui, ognuno, dal poveraccio in su, dotato di una propria dignità, di diritti e responsabilità.

C’è chi si è divertito, alle volte risultando ben poco divertente, a dire cos’era o cosa non era Pannella: radicale, sì ok, ma magari liberale, forse socialista, sicuramente laico, ma forse laicista, può darsi liberista, ma anche no. Onestamente, al di là dell’etichetta “radicale”, non saprei quale scegliere. Però una ce l’avrei: ed è l’etichetta “umanista“. Non nel senso letterale del termine, ovviamente, ma nel senso che gli dà Al Pacino, nelle vesti di Satana, nel dialogo-monologo finale de “L’avvocato del diavolo”, in cui Al Pacino-Satana si definisce un fanatico dell’uomo, un umanista – appunto -, forse l’ultimo degli umanisti. Sostituite in quel monologo la parola “Dio” e similari con “Partitocrazia”: avreste davanti quasi un discorso di Pannella di qualche decennio fa.

A questo punto potrà sembrare paradossale, ma non sono un iscritto al Partito Radicale – o ad altre associazioni della cosiddetta “galassia Radicale” – , né un fan acritico di Pannella. Per me, il caro Giacinto, ha combinato più di qualche cazzata. E sono stato sollevato quando ho appreso che, in sostanza, la nuova guardia radicale gli aveva sfilato il partito dalle mani e da quelle dei suoi adepti più fedeli. Pannella, almeno è quello che penso, se lo sarebbe portato – il partito – volentieri nella tomba, essendone stato leader, ideologo e primo militante per decenni. È stato un padre un po’ scorbutico, a tratti stronzo, in grado di arrivare a ultimatum definitivi pur di far passare la sua linea. Ma va detto che in parte questo era anche dettato da un carisma e da una passione difficilmente eguagliabili. Un carisma e una passione che molti hanno percepito con una stretta di mano, un saluto o due chiacchiere per strada. Figuriamoci cosa poteva essere lavorare con lui accanto. È stato un personaggio che, durante l’ennesimo sciopero della fame e/o della sete, rispose a un Roberto Giachetti preoccupato: “Tu non ti devi preoccupare, ti devi occupare!”. Uno così non poteva che trascinare. Anche verso l’esaurimento nervoso, ovviamente.

Comunque, quello che ha fatto con il suo partito, alla fine, è quello che ha fatto con la società italiana. Ci ha fatto pensare, ci ha fatto incazzare, ci ha fatto preoccupare, in poche parole: ci ha fatto prendere coscienza in più di qualche occasione. Ma non riuscì mai a catalizzare i suoi enormi – e ribadisco, enormi – successi politici in voti. E per alcuni è quasi un mistero.
Io, nel mio piccolo, ci ho ragionato spesso sopra e mi son fatto un’opinione in merito. E penso che questa mancata corrispondenza tra i suoi successi e le avventure elettorali siano imputabili a un motivo preciso, al di là degli errori di Pannella stesso o della sua classe dirigente: è perché ci ha trascinato in battaglie che erano nostre o di molti di noi. Ci ha posto tutti di fronte a interrogativi, alle volte esistenziali ma concreti, sentiti da molti se non tantissimi, sui quali ci ha costretto a ragionare. E se non riusciva a farsi sentire era disposto pure a smettere di parlare, imbavagliandosi. Il che, conoscendo il tipo, era più preoccupante di qualsiasi discussione. Pannella insomma è stato colui che ci ha detto: “Pensateci bene: voi potete essere più liberi di quanto lo siete ora!”. E anche chi non era d’accordo ha dovuto ammettere l’importanza e la portata dei quesiti che poneva. Così ci ha trascinato e così ci ha fatto regalare a noi stessi spazi di libertà.
Spazi che, in parte, ancora oggi, reclamiamo e per i quali non è stato mai sufficientemente ringraziato.



Giuseppe Carteny

Laureato in Scienze di Governo, chitarrista liberale e aspirante politologo rock. O quantomeno blues.
Militante di me stesso, per due anni attivista di Fare per Fermare il Declino. Ex membro della Direzione Regionale del Lazio ed ex membro della Direzione Nazionale del partito. Fondatore del sito collettivo Immoderati.it, collaboro con Geopolitica.info e TheFielder.net.

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