A chi si rivolge la narrazione renziana

A poco più di due anni dall’avvento di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, il risultato più importante di questo esecutivo è finalmente raggiunto: la Camera ha infatti approvato in via definitiva il cosiddetto “ddl Boschi”.  La conclusione dell’iter di questa riforma costituzionale nel contesto così frammentato del Parlamento uscito fuori dalle elezioni del 2013 è, di per sé, un evento straordinario. Per tutti gli anni della cosiddetta “seconda Repubblica” (ed anche gli anni finali di quella che si dice essere stata la prima) il dibattito è stato incentrato sul sistema migliore di governo del paese, sulle forme e sulle sfumature, in una ricerca incessante dell’equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Una riforma costituzionale in cerca d’autore, quindi, il grande tema politico degli ultimi decenni.

Ma questi due anni di Governo Renzi sono stati caratterizzati soprattutto da un innovativo fenomeno politico, che raccoglie in sé elementi già visti in passato ripresi in una nuova organicità, e del quale le riforme sono solamente il prodotto.
Se da una parte il discorso è stato declinato in tema strettamente politico per gli addetti ai lavori, dall’altra abbiamo progressivamente assistito ad un clamoroso tentativo di disintermediazione, e sostanzialmente ad un tentativo di rinnovare la comunicazione politica e sociale, instaurando una narrazione diretta con i cittadini, con gli elettori.
E proprio il termine “narrazione”, così inflazionato e così confuso, sembra essere di fondamentale importanza. Sì perché, a tutti gli effetti, il discorso politico portato avanti pretende di essere letto in una chiave unica, con ogni aspetto che influenza gli altri e li richiama. Trovare una simile organizzazione dei temi in altri esempi politici è abbastanza difficile.

Lo schema narrativo, dal 2014 ad oggi, non è cambiato: Renzi continua a porsi come il nuovo che avanza, al di sopra delle logiche del “corporativismo politico” che ha bloccato per anni la politica e la società italiana ed anzi, spesso il tono del suo discorso ha assunto come nemico una particolare categoria (i sindacati, i giornalisti, la magistratura, la vecchia politica) in nome della fine di un presunto “classismo del potere”, in nome cioè – e qui torniamo alla riforma costituzionale – della governabilità assoluta, anche a scapito delle minoranze. L’epifania renziana, infatti, se c’è stata, consiste nello scommettere sulla caduta di quel velo che spesso ha celato la vecchiaia e l’immobilismo della società italiana.
È del tutto evidente che questo tipo di messaggio politico si rivolge trasversalmente a quella parte media dell’elettorato scoraggiata dalla lentezza di risposta della società civile e di una parte della politica, e che riconosce nelle “categorie” sfidate da Renzi una delle principali cause di depressione del nostro Paese.

Tuttavia per vincere questa partita il giovane Renzi ha dovuto necessariamente scommettere su temi – come la ripresa economica – che, in massima parte, non dipendono dai movimenti di un governo, ma dai movimenti del mercato.
Ed è qui che il meccanismo si inceppa, si blocca: il referente del discorso politico (la classe media), che inizialmente ha dato fiducia a Renzi, vede nella mancata ripresa – economica ma anche sociale – un segno di fallimento del governo e del disegno originale. E allora quelle invettive contro i – non troppo definiti – resistenti al cambiamento rimangono vuote, pura retorica senza spinta propositiva.
C’è da dire poi che Renzi non è riuscito a cogliere (o non ha voluto cogliere) i segnali politici fondamentali che le sue opposizioni gli stavano mandando: la reazione del parlamento all’elezione del Presidente della Repubblica, la rottura con i sindacati in seguito al Jobs Act, le polemiche con il mondo della scuola durante e dopo la riforma (e potremmo continuare) hanno inevitabilmente cambiato le condizioni della partita. Per questo le opposizioni si sono facilmente adattate al terreno dello schema del Renzi contro tutti-tutti contro Renzi, adottando una strategia che potremmo definire di “logoramento”. Il loro obiettivo in questo momento non è tanto quello di duellare in campo aperto ma far sì che la sua narrazione sia percepita come debole, come illusoria.

A questo punto possiamo scommettere che, oltre alla partita politica, anche la partita della comunicazione si giocherà sul referendum costituzionale, che poi è il cardine su cui è stato costruito questo esecutivo. La personalizzazione della battaglia da parte di tutti gli attori in gioco spingerà verso un dibattito al ribasso, in cui, come in una qualsiasi campagna elettorale, ci saranno dei colpi scorretti e delle semplificazioni brutali dei contenuti. Con la differenza che questa non è una qualsiasi campagna elettorale, perché si sta decidendo sul futuro del nostro sistema politico, che resterà in piedi anche dopo il cambiamento degli interpreti.
E se le varie categorie-minoranze che Renzi ha di volta in volta sfidato dovessero darsi appuntamento per l’opposizione alla riforma allora il risultato non è poi così scontato.

Questo però è il risultato di un atteggiamento troppo volte arrogante da perte dello stesso Renzi, che nei momenti di crisi e di sfida ha quasi sempre scelto la strada della minimizzazione. Che poi è quello che sta accadendo sul il referendum di domenica sulle trivellazioni in mare e che potrebbe accadere anche dopo le amministrative di giugno in caso di non-vittoria.
Spesso il nuovo corso renziano ha dato prova che dove non arriva la politica arriva la semplificazione comunicativa, e così diversi problemi che si sono presentati davanti alla strada del governo sono stati aggirati, e, se vogliamo utilizzare termini coerenti con il discorso fatto dovremmo dire che sono stati narrati in una forma molto lontana dalla complessità degli eventi.

Insomma, le scelte dei prossimi mesi – come approprierà alla campagna referendaria, come alle amministrative ecc. – non solo ci daranno indicazioni sull’esito del referendum stesso ma chiariranno una volta per tutte a chi si rivolge questo “fenomeno politico” con la sua effettiva narrazione; se ad un non definito elettore medio o se parlando al lettore medio riesce anche a parlare a quegli intellettuali e ad una parte di quelle categorie che, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, Renzi finora ha escluso dal suo orizzonte. Senza un equilibrio tra semplificazione comunicativa e complessità politica, necessario per spiegare dove tende la spinta riformatrice, il “renzismo” rischia di restare un tentativo di innovazione della politica, della società e della comunicazione non riuscito.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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