Festival del giornalismo in materia di OGM

In foto da sinistra: Michele Morgante, Anna Meldolesi, Giovanni Carrada e Beatrice Mautino
È iniziata mercoledì la decima edizione dell’International Journalism Festival di Perugia, inaugurato al Bar Bellavista presso l’Hotel Brufani con le “Voci del mattino”, diretto da Paolo Salerno di Rai radio 1.
L’evento culturale si protrarrà fino a domenica 10 aprile e vedrà alternarsi negli splendidi spazi della Sala dei Notari (in piazza IV Novembre), del teatro Morlacchi e di altri dieci luoghi di cultura, importanti personalità del mondo del giornalismo (televisivo, editoriale e radiofonico), affiancate da professionisti da ogni campo del sapere.

Il festival, nato su iniziativa di Arianna Ciccone e Christopher Potter, ha avuto inizio – in realtà – lo scorso lunedì, con l’omaggio artistico di Davide Dormino  “Anything to say?” posizionato affianco alla splendida fontana Maggiore: l’installazione itinerante è una scultura in bronzo che ritrae a grandezza naturale le figure di Edward Snowden, Julian Assange e Chelsea Manning, in piedi su tre sedie, che “dicono no alla guerra, alle bugie in nome della guerra e all’intrusione nelle nostre vite private per continuare a fare guerre” (Charles Glass, scrittore, giornalista e presentatore statunitense). I casi dei tre reclusi sono celebrati con tale monumento ed esortano alla libertà, sia essa di pensiero, di espressione o di stampa.

E proprio parlando delle difficoltà incontrate nell’informare il pubblico riguardo gli OGM, il modulatore Giovanni Carrara, giornalista di Superquark, ha introdotto nel pomeriggio un interessante confronto presso la Sala Raffaello del Brufani: tra gli ospiti intervenuti Anna Meldolesi, giornalista scientifica, Michele Morgante, professore e ricercatore presso l’Università di Udine e – infine – Beatrice Mautino, biotecnologa, seppur per breve tempo e oggi anch’essa giornalista scientifica. Infatti, spiega la Mautino, il provvedimento legislativo del 2001 che impediva la ricerca su piante geneticamente modificate condizionò la sua carriera e fu indirizzata verso il mondo dell’informazione.
Il dibattito ha visto un veloce riepilogo delle vicende che dalla seconda metà degli anni ’90 si sono susseguite aumentando esponenzialmente l’opposizione disinformata dei consumatori: l’importazione italiana dei mangimi per il mantenimento del bestiame è la diretta conseguenza di un’opposizione radicale che, dallo spauracchio dei “mostri vegetali” (così vennero considerati i primi casi di OGM), ha sviluppato l’idea di una metamorfosata integrità dei prodotti.

È appannaggio di pochi, infatti, che, dal passaggio dell’uomo cacciatore all’uomo coltivatore e allevatore, sono state apportate alle specie utili al sostentamento (vegetali e animali) una serie di modificazioni che ne hanno permesso la domesticazione e quindi la costante fruibilità. Pertanto la materia naturale è stata manipolata da circa 5000 anni: gli OGM sono convenzionalmente considerati dagli scienziati nuovi casi di miglioramento “artificiale”, di fatto – però – a cambiare sono le tecnologie utilizzate.

Anna Meldolesi ha tentato di identificare i vari fattori che hanno provocato nell’opinione pubblica il clima di sospetto e opposizione: sembra nello stesso periodo si siano conciliati la clonazione della pecora Dolly, da una cellula somatica (sebbene non il primo animale in assoluto ad essere stato clonato con successo), il caso dell’encefalopatia spongiforme bovina (manifestatasi per la prima volta in Gran Bretagna nel 1986), la diffusione di movimenti ambientalisti, il protezionismo europeo attorno l’agricoltura, la nascita del No-global. A tutto ciò hanno poi contribuito i giornalisti, colpevoli della diffusione dell’idea del Frankenstein-food (neologismo: cibo transgenico, le cui materie prime hanno subìto un’alterazione del patrimonio genetico, mediante manipolazioni di laboratorio). Negli stessi anni (fine secolo scorso) si verificarono poi casi di accordi di confidenzialità o di non-divulgazione tra la comunità scientifica, negozio giuridico col quale alcuni ricercatori si impegnarono con privati a mantenere segrete scoperte di interesse scientifico.
Morgante ha improntato il proprio discoro partendo proprio dalle difficoltà incontrate nella diffusione delle informazioni necessarie a smentire l’impreparata opinione pubblica: invece di spiegare ai consumatori la secolare azione dell’uomo sulla genetica vegetale, la comunità scientifica (già poco considerata in Italia) l’ha contestualizzata, facendola apparire come qualcosa di estremamente moderno, nuovo e negativo.

Il ruolo dei giornalisti in tale questione è stato chiarito da Beatrice Mautino, la quale ha avuto modo di riscontrare un’idea assai diversificata dell’OGM, quasi mai conforme all’effettivo. Per evitare la disinformazione – dice Mautino – bisognerebbe adottare il modello UK (sebbene il termine “Frank-food” sia stato coniato proprio in Gran Bretagna nel ’98): Charities commissions, enti pubblici o privati che contattano le redazioni giornalistiche per la diretta divulgazione di notizie di interesse scientifico. Il professor Morgante ha poi concluso il suo intervento con le novità della ricerca tecnologica: il Ministero per le politiche agricole e forestali ha stanziato 21 milioni di euro per il finanziamento di un progetto di sperimentazione di due tecniche denominate rispettivamente Cisgenesi e Genoma Editing che non comportano trasferimento di geni da specie diverse, vegetali e/o animali, da quella del vegetale che si vuole migliorare. Si intende rendere fruibili tali scoperte a tutte le aziende con un trend innovativo, incentivando così delle “startup genetiche”.

L’evento sé terminato dopo gli interventi dei presenti, taluni da parte di studenti, particolarmente numerosi tra le poltrone dei vari seminari organizzati: l’ormai conclamata frontiera della disinformazione (che soprattutto in ambito scientifico rivela la sua nocività) sembra poter essere abbattuta, almeno durante il festival del giornalismo.
Giorgia Giordani



RedazioneWT

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