Sensibilizziamoci per l’autismo: l’importanza delle bolle di sapone

Quante volte durante le nostre giornate etichettiamo le persone che incontriamo? Al genere umano conviene classificare e catalogare il “diverso” per paura che la propria immagine subisca delle distorsioni. Per una volta proporrei di analizzare la situazione, partendo dal punto di vista di quello che noi, “supereroi decadenti”, consideriamo diverso e vorrei provare a fare ciò proprio oggi, 2 aprile, giornata mondiale dell’Autismo.

Forse ancora in pochi sappiamo dare un volto a questa patologia, per lungo tempo bisfrattata e posta in un angolo. Visto che abbiamo deciso di provare ad immedesimarci, immaginiamo di vivere all’interno di una grande bolla di sapone, bolla che non ci permette di mostrare chiaramente chi siamo e cosa proviamo per l’altro. L’autismo (o più propriamente i disordini dello spettro autistico, asd-autism spectrum disorder-) rappresenta quella “bolla di sapone” che impedisce e limita i pazienti, piccoli e grandi, di catapultarsi nella realtà quotidiana e viverla, in alcune situazioni, pienamente. Continuando la nostra metafora dobbiamo aggiungere che ogni singola bolla è unica ed ha le sue specifiche particolarità. Anche gli insigni studiosi tentano in ogni modo di dare un volto a questa patologia, che negli ultimi anni ha subito delle modifiche riguardo a classificazioni e strumenti di diagnosi.

Ma procediamo con ordine: la prima descrizione del disturbo autistico fu di Leo Kanner nel 1943, che parla di una sindrome clinica caratterizzata da: incapacità relazionali, resistenza al cambiamento, atipie del linguaggio (deficit di acquisizione, ecolalia, mutismo occasionale, inversione dei pronomi), gioco ripetitivo e stereotipo eccellente memoria meccanica, reazioni emotive eccessive e impaccio motorio.
Tante sono state le classificazioni che nel corso del tempo sono state aggiunte e conseguentemente modificate, sino ad arrivare ai nostri giorni, in cui non si parla più di autismo, ma di autismi, un plurale che deve farci riflettere profondamente sull’unicità di ogni “singola bolla”.

Sarebbe interessante approfondire la discussione in merito alla classificazione, ma di comune accordo, almeno oggi non vogliamo apporre delle etichette, ma provare a comprendere la realtà di una persona autistica. Dietro alle profonde difficoltà nella comunicazione sociale e nell’interazione, alle quali possono affiancarsi comportamenti ristretti e ripetitivi, credo sia doveroso sforzarsi per comprendere quell’unicità di cui sopra abbiamo accennato. E’ importante soffermarsi sul peso che questa patologia ha nella nostra società, secondo una recente stima 1 bambino su 100 è affetto da autismo, ma è fondamentale riflettere sulla bellezza delle bolle di sapone che ci circondano. Troppo spesso sento dire, “in classe con mio figlio c’è un bambino autistico, si comporta in modo strano, si isola facilmente ed è terribilmente irreqiueto”; è il nostro modo di fare qualunquistico e mediocre, che però sento in questa sede di rifiutare e denunciare. Sforzarsi di provare a capire la persona che abbiamo davanti diventa l’imperativo categorico, per non cadere nello stereotipo e nell’omologazione di una società molto attenta alla forma e poco alla sostanza. Silenziosamente mi auguro di vedere, oggi, delle città piene di blu (colore simbolo dell’autismo) e di tante “bolle di sapone”, in cui la diversità diventa forma ed espressione di arricchimento per tutti noi.



Matteo De Marchis

Si definisce un disagiato sociale motivato a cambiare l'indifferenza delle persone che ancora oggi regna sovrana.

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