Santa voglia di vivere

Dopo la cattura di Salah Abdeslam i media europei hanno riportato la notizia come un grande successo delle forze di sicurezza del Belgio; si parlava di lui come il ricercato numero uno in Europa, ed il suo arresto rappresentava un potenziale argine contro il terrorismo. Eppure, qualche giorno dopo, il terrore si è ripreso il centro della scena europea ed inoltre si apprende dalle indagini che Salah aveva un ruolo marginale nelle operazioni e nell’organizzazione; una delle tante pedine nelle mani del Jihad, non un comandante insomma.

Anche gli sviluppi più recenti dell’indagine non sono incoraggianti.
La liberazione di quello che ormai è diventato per tutte le testate giornalistiche “l’uomo col cappello” ha degli elementi di follia: inizialmente infatti era stato accusato e catturato Faycal Cheffou, giornalista freelance e potenziale terrorista, grazie al riconoscimento da parte del tassista che lo aveva accompagnato fino all’aeroporto di Zaventem. In seguito, è stato rilasciato per mancanza di prove – in particolare non ci sarebbero tracce del suo DNA sulla borsa, salvo poi, in serata, rilanciare la notizia di un alibi. Molti dubbi, nessuna certezza. Ma quello che lascia ancora perplessi è il fatto che Cheffou – anche se non si può provare la sua colpevolezza per gli attacchi di Bruxelles – era già stato riconosciuto da un agente di polizia nel campo profughi della capitale belga mentre cercava di reclutare per conto di cellule terroristiche dei richiedenti asilo (a riportare la notizia è Le Soir) ed è quindi un soggetto già noto alle autorità e potenzialmente pericoloso; come giustificare la sua scarcerazione?
Per non parlare dei rimpalli tra autorità sul tema della mancata chiusura della metropolitana, e del girotondo di responsabilità sullo scambio di informazioni tra le intelligence dei vari paesi europei.

Quello che ormai sembra chiaro è che non siamo preparati a contrastare internamente questa nuova forma di terrorismo, diversa dalle precedenti per molti motivi: dalle tecniche di combattimento praticamente rudimentali, fino all’organizzazione che prevede diverse cellule isolate, composte da soggetti nati e cresciuti in Europa, non tutte in contatto tra loro ma coordinate dalla base terroristica centrale.
Una rete fatta da seguaci – affascinati dall’attenzione che l’IS mette nella propaganda online, contattati direttamente ed addestrati sul campo non al combattimento militare ma ad altre attività, più utili e più sostanziali, come la creazione artigianale di ordigni a partire da elementi facilmente reperibili – e quindi un terrorismo che risulta difficilmente controllabile ed estremamente efficiente.

Eppure, le immagini della fuga di Salah e le parole da lui proferite durante gli interrogatori ci danno una immagine del “terrorista” molto meno scenografica di quanto invece Daesh voglia far credere: i suoi combattenti non sono invincibili, non sono crociati religiosi, ma sono dei fanatici spinti al confine estremo della sopportazione corporea e psicologica dalle droghe che hanno in corpo.
Dal video che ritrae l’arresto si vede chiaramente che dopo l’uscita dal portone Salah – il ricercato numero uno, il più pericoloso ridotto ad un’anonima figura in felpa bianca – tenta di fuggire. In quegli attimi che separano l’uscita dal portone dagli spari è racchiusa tutta la fragilità del terrorismo: nessun essere umano può razionalmente pensare di fuggire in quella situazione e forse nemmeno lui lo ha mai pensato; forse pensava di morire, non da martire ma da essere umano, lasciando la scelta ai suoi nemici per mancanza di coraggio.
È la prova che davanti alla morte, qualsiasi essere umano scappa. Chiunque, anche nella peggiore delle condizioni preferisce la vita alla morte – è il manifestarsi di quello che comunemente chiamiamo istinto di vita: senza gli ordigni e senza le droghe, anche gli “invincibili” lo sentono sulla loro pelle e nelle loro vene.
Al momento è l’arma più forte che abbiamo per sconfiggere il terrore.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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