La lotta al terrorismo mai iniziata

Davanti agli attacchi di Bruxelles che colpiscono al cuore dell’Europa c’è poco da dire. La prima risposta sembra essere la rabbia, poi lo sconforto ed il silenzio. Ma se c’è qualcosa da analizzare e da evidenziare – ed eventualmente anche da imparare – è necessario fermare il flusso ininterrotto di pensieri e ragionare sui dati che abbiamo.

Il Belgio era un Paese già in massima allerta dopo gli attentati di Parigi ed il quartiere di Molenbeek era già al centro dei riflettori: diverse operazioni di stampo militare erano state condotte per riportare la sicurezza nella Capitale; tra queste anche l’arresto nei  giorni scorsi di Salah Abdeslam, arrivato troppo in ritardo, con le intelligence del Belgio e della Francia che non sono riuscite a coordinarsi in maniera efficace. Se veramente il terrorista ricercato era stato nascosto in Belgio per tutto questo tempo, vorrebbe dire che le operazioni di fine novembre scorso e di dicembre – dirette alla sua cattura – rappresentano palesemente l’impotenza delle forze di polizia belghe.

Gli attentati all’aeroporto ed alla metropolitana sono poi l’apice del fallimento delle forze di sicurezza. Secondo BFM tv, infatti, l’intelligence aveva già avvisato le autorità competenti di un imminente attentato, senza però riuscire a scoprire per tempo il luogo, la data e le modalità di esecuzione (la notizia è stata poi riportata in Italia dall’AGI). Un ulteriore simbolo della sopracitata impotenza: l’intelligence sa ma non riesce ad ottenere gli elementi più importanti (luogo e data), le autorità sanno ma non riescono a prevenire l’attacco in alcun modo (probabilmente perché atteso per i prossimi giorni e in maniera così imminente).
È chiaro che in una situazione del genere prevedere degli attentati dopo la cattura di Salah era abbastanza facile, il compito dell’intelligence era semmai quello di scoprire dove e quando. E se la previsione era stata fatta, perché non sorvegliare in maniera particolare gli obiettivi maggiormente esposti?
Non abbiamo la risposta a questa domanda e probabilmente non la avremo dai responsabili, ma è lecito fare delle ipotesi; la più sconvolgente tra queste è sicuramente quella che vede le forze dell’ordine già completamente schierate, e per questo non disponibili ulteriormente. Sarebbe veramente il colmo.

In ogni caso, è evidente che il terrorismo di matrice islamica e la guerra tra civiltà sarà il tema centrale di questo secolo (o perlomeno della prima metà di questo secolo); ed è evidente che il tema del terrorismo ed i flussi migratori e l’integrazione dei migranti sono intimamente collegati.
È vero che gli attentatori erano nati in Europa e che quindi non rientrano nella “categoria” dei migranti ma piuttosto nella seconda generazione di musulmani naturalizzati francesi, eppure sarebbe un gravissimo errore distinguere i due argomenti. Le immagini della cattura di Salah Abdeslam – con gli abitanti di Molenbeek che si esibiscono in un eloquente lancio di oggetti contro i poliziotti – dimostrano chiaramente che le cellule terroristiche sfruttano la mancata integrazione dei musulmani (o la loro “ghettizzazione”, più precisamente) per nascondersi e per confondersi; così il distretto di Molenbeek, le banlinue francesi e tutti gli altri quartieri a maggioranza etnica diventano l’esempio perfetto di un modello di integrazione sbagliato alla radice.

Così come è evidente che i temi di geopolitica sono una delle cause scatenanti dei movimenti terroristici sulla scena internazionale. Gli interventi dell’occidente sono stati deboli, ambigui e privi di visione strategica. Ma allora, se sono i conflitti sul territorio mediorientale ad innescare le dinamiche terroristiche e ad accelerare i processi migratori che i terroristi stessi utilizzano per confondersi (e per essere confusi dal politico di turno) quanti altri attentati serviranno per capire che la risposta deve essere costruita su questi tre fronti?
Immigrazione, terrorismo e conflitti sul territorio sono facce della stessa medaglia. Non c’è lotta al terrorismo senza coordinamento tra forze di intelligence dei paesi europei, non c’è lotta al terrorismo senza una gestione rigorosa dei flussi migratori, non c’è lotta al terrorismo senza interventi (di cielo e di terra) che garantiscano l’estinzione dello Stato Isamico.
La cattiva notizia è che c’è una guerra in corso, la buona notizia è che sappiamo come vincerla.  La domanda che dobbiamo porci è: quanti attentati ancora serviranno per iniziare a combatterla?



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

Leggi anche

Top