Il bastone di Virginia

103, 104, canale 1, canale 5, canale sport, canale arte.. lo zapping ti massacra. Si sta col telecomando in mano passando in rassegna i vari canali cercando qualcosa che possa soddisfare che puntualmente non soddisfa mai. Due sere fa ho stanato il lato buono dello zapping: The hours, un film in cui le vite di tre donne si intrecciano e combaciano. Scostando il film, accantonando le altre due, il mio punto di partenza è la prima storia, nella quale un’ inarrivabile Nicole Kidman (deturpata per assomigliare all’originale) assume movenze ed espressioni di una speciale donna dalla mente complessa: Virginia Woolf. Sono settantacinque anni dalla sue morte.

Era femminista e pacifista, a Virginia piaceva fumare, giocare a bowling, scrivere. La sua felicità di scrivere è sempre andata a braccetto con la perseveranza nel lavoro e l’entusiasmo le rimbombava dentro come una Rolls Royce lanciata a 100km/h. In Virginia, la forza di un propulsore aereo veniva temperata dal grigiore della depressione, la consapevolezza, via via sempre più ferma,  che la realtà sembrava confermare le sue impressioni più cupe, i suoi pensieri più neri. In lei abitavano oscurità e luce che rispettivamente annebbiava e rischiarava la vita della donna in modi e momenti diversi, per cause distinte, con istinti diametralmente opposti. Con eleganza, la tristezza le viaggiava dentro e si assopiva sul volto languido e pallido che si coloriva d’un tratto e tutt’intorno diventava eccitazione, fervore, concretizzatosi spesso (o sempre) in parole. Scrivendo riusciva a sfogare metà del suo nervosismo; la frase che calza a pennello le salvava spesso la vita.

Negli ultimi anni, la percezione della guerra imminente inizia a sfamare a grandi bocconi la malattia, la quale si rende agli occhi del mondo e della donna sempre più visibile. Scrivere non sanava più niente. L’altra metà del nervosismo, la uccise: a cinquantanove anni si suicidò nelle acque fredde del fiume Ouse, in Inghilterra,  riempiendosi le tasche di sassi. Scrisse al marito prima di morire che se qualcosa avesse potuto salvarla, sarebbe stato lui, che tutto era andato via con lei tranne la certezza della bontà dell’uomo, che lei era andata via per smettere di soffrire e far soffrire. Nel tuo libro qualcuno deve morire, perché? – La morte di qualcuno dà agli altri la possibilità di apprezzare la vita, è il contrasto, rispondeva sempre lei.

Fu fragile e autoritaria, di una rara robustezza d’animo in una donna tanto lieve. Oggi a Londra, nella National Portrait Gallery si conservano scritti, abbozzi, diari, frasi di questa mente geniale e un bastone, il bastone che si portava sempre dietro e il quale resse per tutta la vita la pesante leggerezza contenuta (o forse trattenuta) in Virginia.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un'ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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