Ma quale Festival, Sanremo è un Family day più pop e più social

Lo scorso anno scrissi un editoriale su Sanremo, in cui sostanzialmente analizzavo il ruolo culturale che questo festival musicale ha giocato, e gioca, sugli italiani, e come in realtà dietro questa “formalità” si celasse piuttosto un bel vuoto, artistico e di idee.
Bene, questa edizione non è da meno. Ma al di là di una conduzione senza infamia e senza lode, attenta a non scontentare nessuno più che a tracciare una linea televisiva o musicale, è innegabile che gli ascolti massicci delle prime tre serate stiano ad indicare una partecipazione quasi totale da parte degli spettatori/consumatori televisivi.
La domanda è quindi: come è possibile che un festival musicale in cui la musica passa sostanzialmente in secondo piano e, anzi, viene criticata da più parti, riesca ad essere un festival riuscito, insomma, un successo?

Mi sono posto questa domanda e la risposta che sono riuscito a darmi è nell’immagine scelta come copertina dell’articolo: un meccanismo vecchio almeno quanto il film di Nanni Moretti a cui la battuta fa riferimento, unito alla potenza del web, nuovo canale mediatico per eccellenza.
Sanremo 2016 è un successo perché non si prende sul serio, perché tutto quanto è circondato da un’aura di felice insolenza, di rinnovamento ma nel solco della tradizione. Perché dà la possibilità anche a coloro i quali non lo apprezzano di sfogarsi sulla rete e di parlarne, sia pure, nella maggior parte dei casi, prendendolo in giro.
In poche parole, Sanremo è un successo perché ce n’è per tutti. A dimostrare questo ragionamento ci sono tanti esempi: Garko e Virginia Raffaele, scelti più per fare il ruolo di “macchiette” che di co-conduttori, il rap diluito di Clementino e di Rocco Hunt, l’attenzione per il pubblico più adolescenziale (Benji e Fede insieme a Bernabei), per il pubblico musicalmente più “colto” (Morgan ed Elio). Questo pour-pourri di intrattenimento è svelato anche nel corso della diretta, in una battuta della stessa, straordinaria, Virgina Raffaele nei panni stavolta di Donatella Versace: “Sanremo è come la moda: metti insieme un po’ di cose a cazzo e preghi Dio che vada bene”.

Anche la scelta di schierarsi a favore del ddl Cirinnà da parte di alcuni Artisti, unico vero sussulto di queste tristi serate molto di intrattenimento e poco di musica, è stata resa innocua, ed è passata quasi inosservata grazie alla macchina perfetta dello svago sanremese. Tutto è sullo stesso piano: politica e musica, ironia e serietà. Tanto per capirci Carlo Conti nel ricordare i Martiri delle foibe ha messo la stessa enfasi e la stessa compassione che nel ringraziare i tecnici dell’Ariston o nel decretare il vincitore di una qualsiasi mini-sfida.
Un Sanremo monotono nel vero senso etimologico della parola: un Sanremo in cui tutti gli argomenti, i temi, le emozioni, sono frullati insieme e non si sente più il gusto di nessuno di questi.

Per concludere il ragionamento è utile citare una delle serie tv più belle che la televisione italiana sia riuscita a concepire: Boris.
Boris racconta, con ironia e con intrattenimento, il mondo della televisione, dal dietro le quinte di una fiction “all’italiana”, le stesse che per intenderci riprenderanno il loro posto nel palinsesto alla fine di questo squallido Sanremo. Il regista Renè Ferretti (interpretato da Francesco Pannofino) prova a fare qualcosa di diverso ma si scontra con la realtà di una televisione monocorde, che non lascia spazio artistico alla creatività ed all’inventiva, ed è costretto a girare una serie tv che rispetti la tradizione, che non sia troppo politica, insomma, che non dia fastidio e che non scontenti nessuno. Proprio come Sanremo, da sempre Tradizione televisiva di questo paese, che per sopravvivere deve fingere di aprirsi al rinnovamento, e sfruttarlo a suo vantaggio, per non rinunciare a quella fetta importante di pubblico maturato sulla rete e più consapevole.
Una bella fregatura. Un po’ come se il Family day fosse divertente e colorato, che difende la Tradizione ma che finge di aprirsi al rinnovamento.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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