Quel problema grande con il clima politico

L’arrivo della pioggia sancisce la fine di questa insolita siccità invernale, lava le grandi città contribuendo in maniera decisiva all’abbassamento del PM10, o perlomeno, così dovrebbe essere. La questione smog ha sollevato un polverone, sia in senso letterale che politico; i Sindaci delle grandi città hanno chiamato in causa il governo e la mancanza di una strategia a medio-lungo termine; le opposizioni hanno criticato sia il governo che le amministrazioni locali, colpevoli o di un mancato intervento o di un intervento troppo drastico. Nonostante la grande attenzione e la grande sensibilità che il tema ha riscontrato (forse perché “spinto” molto dalle televisioni e della stampa), va considerato che l’inquinamento atmosferico determinato dalle automobili è solamente una parte del problema, e nemmeno la più significativa. Inoltre, se consideriamo i dati decennali e non annuali o mensili appare evidente come il livello di polveri sottili nell’aria sia già in calo grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte nel settore automobilistico, ed al crescere di queste diminuisce la rilevanza delle politiche di mobilità alternativa indicate da più parti come la soluzione definitiva.
Insomma: stiamo guardando al dito e non alla luna. Ma al di là del discorso sull’ambiente e sulla sostenibilità ambientale (che potrebbe essere infinitamente ampliato dal tema delle industrie, dei porti, dello zoning, del rinnovamento del parco autobus, della viabilità ecc.) ce n’è un altro, decisamente più interessante e decisamente meno affrontato, quello sul clima politico.
Perché, restando in tema, appare evidente che se un leader di opposizione, dal suo blog, accusa il Governo di “camminare su 68000 morti”, salvo poi essere smentito dall’autore stesso degli studi da cui ha estrapolato i dati e senza entrare nel merito politico del discorso, qualcosa che non va c’è.

Questo qualcosa che non va è comune a molte realtà politiche, basti pensare alla Spagna, che si è svegliata con quattro forze politiche in dissidio tra loro, alla Francia, che ha visto trionfare Marine Le Pen alle amministrative, all’America, con Donald Trump a spostare gli equilibri repubblicani, al caso Orban ed al caso Tsipras, realtà estremamente diverse e variegate che riassumono non soltanto il “populismo” o il “rancore” di chi spera nel fallimento del Paese (per usare un periodo molto in voga di questi tempi). Tutte le forze elencate (ma ci sono anche altri esempi), sono connotate da una fortissima componente anti-sistema, che non coinvolge soltanto i contesti nazionali, ognuno con le sue criticità, che non è dipendente soltanto dalla crisi economica (la Spagna è in ripresa e, nonostante questo, Podemos ha raggiunto un risultato consistente), che non dipende soltanto dal terrorismo islamico e dalle sue conseguenze sull’elettorato (per esempio, in Francia i sondaggi prima dell’attacco a Parigi davano esiti molto simili a quelli effettivamente conseguiti).
Ecco che, partendo da un esempio, si delineano i contorni di un quadro ben più ampio, e ben più inquietante. Non è possibile ridurre le opposizioni italiane ed estere esclusivamente alla retorica populistica, che pure è uno degli elementi di maggior peso. Le destre estreme e le sinistre estreme non sono più così lontane, ed anzi, convergono su un base programmatica ed elettorale incredibilmente simile: i consensi che raccolgono non significano soltanto la voglia di rinnovamento politico, ma anche una convinta resistenza ai cambiamenti di natura extra-politica: principalmente la globalizzazione, la perdita di sovranità, la sensazione di mancato controllo delle dinamiche che garantiscono il benessere pubblico e l’incertezza che la crisi del 2008 ha sparso tra i consumatori si trasforma così in incertezza dei cittadini.
Più che un malessere passeggero, dovuto all’influenza economica, questo 2015 ha tracciato il solco di una profondissima spaccatura tra le forze anti-sistema e le forze che difendono, ormai con fatica sempre crescente, il sistema, spinte anche dall’ossessiva richiesta di stabilità dei mercati.

Questo ragionamento ci spinge a fare due considerazioni: primo, se è vero che destra e sinistra moderate convergono verso un unico centro, e che destra e sinistra estrema convergono verso un’unica opposizione al sistema, all’interno delle stesse forze di maggioranza sono racchiuse opinioni molto distanti, ed i partiti assomigliano sempre più a contenitori, uniti dalla necessità di raggiungere un risultato più che dalla volontà di costruire soluzioni (si pensi a Forza Italia divisa tra le sirene del renzismo e l’opposizione salviniana); secondo, il gioco dell’opposizione anti-sistema e della maggioranza che resiste è comodo a molti. Non da ultimo, a darci l’estrema conferma di questa analisi, è stato il nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che nella consueta conferenza di fine anno ha scelto di puntare forte proprio su questo tipo di comunicazione.
Riassumiamo brevemente gli elementi che evidenziano questo atteggiamento: i gufetti a simboleggiare giornalisti ed avversari politici hanno del ridicolo di per sé, le stoccate all’Ordine dei Giornalisti (che peraltro organizza la conferenza stampa di fine anno) sono a dir poco imbarazzanti, riportiamo la frase per cui “se fosse solo per lui” abolirebbe l’ordine, ma “purtroppo faccio parte di un governo”, e poi ancora: “sono in una fase zen”, “pensavo di andare in Europa a portare un po’ di #cambiaverso”, il capogruppo del PD mi “manda messaggini in diretta”, “l’Italia non è al discount”, fino ad arrivare all’intramontabile “rispetto per tutti paura di nessuno”. Insomma, Renzi ha scelto di giocare la sua partita legandosi all’idea di solidità, convinto che alla fine la maggioranza degli elettori sceglierà di stare dalla sua parte, ed ha spinto la sua spavalderia politica fino al puntare tutto sul referendum confermativo del prossimo autunno, per poi, aggiungiamo noi, andare a votare nel 2017. Con questa scelta, e con questa presa di posizione, oltre a far passare in secondo piano le amministrative ed a schiacciare la minoranza interna (che sicuramente non potrà opporsi alla conferma della riforma), Renzi ha riunito definitivamente le forze a difesa del sistema sotto la sua egida, ed ha costretto le opposizioni a sbattere nel vicolo cieco che avevano imboccato, tutti contro di lui, tutti contro il Paese stesso, tutti contro il sistema stesso.
La scelta è coraggiosa e del tutto antipolitica; spostando il discorso dalla riforma sulla sua stessa immagine Matteo Renzi ha scelto di trasformare questo referendum costituzionale in un referendum su di lui, e quindi sul sistema stesso, mettendo gli elettori davanti ad una scelta quasi obbligata, alterando il normale corso della Democrazia di cui pure il suo partito porta orgogliosamente il nome. È forse il segnale più grande del fallimento di questa stagione che si era aperta nel segno del rinnovamento, della trasparenza, della discussione e adesso si trova ridotta ad un paio di slide contro qualche gufetto.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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