Contro la demagogia, un nome ed un cognome: Mario Draghi

Che ci siano politici pronti a fare campagna elettorale su ogni cosa non dovrebbe stupire. Al contrario, dovremmo stupirci ed indignarci quando, nonostante il ricordo fresco di una tra le peggiori crisi economiche, vediamo politici intenti a fare campagna elettorale sulle dinamiche economiche, arrivando a distorcere la realtà e negando qualsiasi collegamento logico con essa. È proprio a partire dalla crisi che si è sviluppata questa “demagogia economica”, sempre pronta (non solo in Italia) a puntare il dito contro la moneta unica, oppure contro la subalternità (presunta) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti, o ancora in prima linea nella denuncia della connivenza tra Banca Centrale Europea e mercati finanziari.
L’effetto anti-sistema ha coinvolto non solo i Paesi della zona euro e non solo quelle economie particolarmente toccate dalla crisi del 2008 o dalla mancata ripresa del 2011, ma anche Stati con un welfare estremamente marcato ed efficiente. Insomma, salire sul carro era una tentazione troppo forte per tutti.

La risposta a questo clangore, a questo continuo vociare composto da invocazioni dell’uscita dalla “trappola della moneta unica”, ammetteva soltanto una dimensione: quella dei fatti. Era necessaria una azione concreta, una direzione precisa ed un conducente sicuro, affinché la macchina dell’euro tornasse a correre. La data è quella del primo novembre 2011, Mario Draghi diventa presidente della BCE. La frase, storica, è quella pronunciata nell’estate del 2012 per far fronte all’emergenza spread: “Whatever it takes”, tutto il possibile per salvare la moneta unica. E poi, con molto ritardo rispetto ad altre banche centrali (la Fed, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone), l’acquisto di asset sul mercato secondario (principalmente titoli di Stato), il cosiddetto Quantitative easing, per immettere liquidità nel sistema.

Insomma, questo è Mario Draghi. Bersagliato dalle critiche, “attaccato” dai coriandoli della manifestante che interruppe una sua conferenza stampa ad aprile, biasimato dalle opposizioni di tutta Europa. I motivi degli attacchi sempre gli stessi: la BCE aiuta i mercati, la BCE è “serva degli americani”, la moneta unica “semplicemente non funziona”. E va bene. Le critiche sono fisiologiche e comprensibili.
O perlomeno, potevano essere comprensibili fino a qualche giorno fa, fino al allungamento del QE annunciato la scorsa settimana.

Una misura annunciata ed attesa, forse troppo attesa, dai mercati. Una scelta che in un solo colpo toglie dalle possibili critiche le due più frequenti.Draghi ha allontanato con forza l’idea di una influenza troppo forte dei mercati sulle sue scelte e, contemporaneamente, si è distaccato dalle scelte della Fed, la Banca centrale americana. Invece che optare per un QE “super”, cioè su una misura rafforzata di acquisti, auspicata da chi vorrebbe maggiori certezze sulla continuità e sull’efficacia delle manovre in corso sulla politica monetaria, ha puntato su un prolungamento delle misure già adottate, con poche correzioni ma significative. Primo tra tutte il reinvestimento dei rimborsi dei titoli acquistati con il QE che vengono a scadenza, poi la riduzione dello 0,10 % per i tassi sui depositi, ed infine la scelta (quasi obbligata a dire la verità – per il vincolo che impone alla BCE di comprare titoli di Stato in percentuale rispetto alle partecipazioni degli stessi) di includere nel programma di acquisti i bond delle regioni.

Il quadro che ne esce fuori è quello di una BCE sicura delle sue scelte, che non rilancia perché è convinta di aver imboccato la strada giusta, che accetta le critiche ma non si lascia influenzare né da queste né dalle altre sollecitazioni esterne. Una Banca che, nel corso della presidenza Draghi, ha costruito le basi per una stabilità futura, sia con le scelte fatte, sia con la profonda serietà con le quali queste vengono annunciate e spiegate: senza mai cedere all’emotività, senza mai rinunciare al conseguimento di quel disegno razionale che ha elaborato. Tutto questo tenendo ovviamente conto della frattura insanabile tra due “correnti” di pensiero interne alla BCE, una Bundesbank, più propensa all’austerità, ed una più espansiva.

In conclusione, sembra evidente come, al di là della componente che riguarda le scelte economiche, su cui si possono avere idee diverse, impostazioni diverse, che possono essere efficaci o meno, il lavoro di Mario Draghi come Presidente dell’istituto economico più importante d’Europa sta assumendo sempre di più un significato “politico”, di gestione delle dinamiche interne e delle attese esterne. Un complicato lavoro di tessitura e di comunicazione che è la risposta più razionale alla demagogia, che invece fa dello strappo e della falsificazione i suoi cavalli di battaglia.
Ad avercene di politici così.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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