Gramsci nel cieco carcere degli aperitivi letterari

Il Saturno film festival 2015 ci ha regalato qualche emozione, qualche dispiacere e qualche spunto di riflessione ma sapere che a Velletri, in un contesto culturale più che anestetizzato, si parla di Gramsci è un po’ tutt’e tre; che se ne parli durante un festival del cinema è invece una difformità abbastanza evidente. E questo perché, se può avere un senso parlare di  Pasolini (anche se effettivamente se ne è parlato poco – qui l’articolo di Gianmarco Mattoccia), autore che mantiene un legame evidente con il linguaggio cinematografico, non si può certamente dire lo stesso di Gramsci. Così come fatico a trovare un legame tra Gramsci e gli aperitivi ma vabbe’, forse sono io.

Vale la pena dedicare adesso qualche parola al termine “Cultura” ed al significato che gli si attribuisce.
Inevitabilmente Gramsci si lega ad una idea politica e culturale ben precisa, che spesso porta le discussioni ad evidenziare posizioni divergenti ed incompatibili più che a crearne di nuove; indi per cui, quasi sempre, una delle due parti, più o meno consapevolmente, cerca di convincere l’altra, quasi di evangelizzarla. Un pensatore unico, un pensatore che, come si suol dire, divide.
In questi casi, abbiamo quella che Derrida chiamava cultura della colonizzazione, identificando il suo etimo nel verbo latino ‘colo’. Una cultura che si  impone sull’altra. Una cultura che, a sinistra, memore della rivoluzione mancata del ’68 ha costruito un santuario intorno a Gramsci, considerandolo per quel tipo di intellettuale capace di inserire l’umanità all’interno del comunismo freddo e granitico dell’urss, che proprio in quel periodo iniziava a vacillare.
Questo il rischio culturale dell’insolita serata.

Così non è stato, anzi, forse abbiamo assistito all’evento più stimolante dell’interno Festival: la Cultura che si respirava era una cultura riflessiva ed emozionata, sicuramente non impositiva né auto celebrativa. Gli spettri da sinistra sessantottina li ha spazzati via Noemi Ghetti, col sorriso sulle labbra, con una dietrologia storica mai banale, mai fine a se stessa, senza mai sfociare nelle invettive anti-tutto, evitando la retorica delle anacenosi.
Prendo a caso due esempi tra i tanti a disposizione: l’autrice ha raccontato dell’amicizia di Gramsci con Sraffa (economista di cui si parla colpevolmente pochissimo) ed è stato difficile sfuggire alla commozione quando il discorso si è fermato per omaggiare la “rosa di turi” (come cantano i radiodervish) che misurava le stagioni del carcere. Aspetti letterari ai più sconosciuti, che hanno coinvolto anche chi si aspettava un dibattito più “politico”.

Il contesto era questo. Ma già di per sé, un libro che si intitola “Gramsci nel cieco carcere degli eretici” non può passare inosservato.
Tutto parte dal canto decimo della Commedia dantesca, quello degli eretici – ovviamente, un punto di partenza ambizioso e difficilissimo per un saggio. Lì dove Dante incontra Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del suo amico Guido, che gli chiede piangendo: […]«Se per questo cieco / carcere vai per altezza d’ingegno, / mio figlio ov’è? e perché non è teco?».

E’ questo il momento straziante che precede la notizia della morte del figlio. Ed è questo il contenuto della “nota dantesca” gramsciana, che compone una delle riflessioni più belle ed importante tra quelle dei Quaderni dal carcere.
La “piccola scoperta”, come la chiama nelle lettere, è straordinaria, è la risposta che fornisce alla domanda “in che condizioni e perché è morto Guido Cavalcanti?”. È la storia di un tradimento, della fine di una amicizia, di un dissidio che va al di là della letteratura e delle filosofia e che sfocia nel personale, nell’umano.
Ebbene, la “scoperta” (in realtà è il frutto di una ricerca storica a ritroso) è questa: Guido Cavalcanti è morto una settimana dopo il suo ritorno a Firenze dopo l’esilio conferitogli da Dante stesso in qualità di priore e revocato dal priore che lo ha sostituito. Gramsci collega tutti i punti del puzzle scoprendo la distanza che, prima della morte di Guido, aveva allontanato i due; distanza dovuta ad un uso diverso della lingua, ad una diversa concezione della nascente lingua italiana.

Un dissidio che Noemi Ghezzi in questo suo libro ricompone e collega al dissidio tra Gramsci e Togliatti, anche questo assolutamente decisivo per la storia di entrambi e, forse, anche per la permanenza stessa di Gramsci in carcere. Il significato che assume la “nota dantesca” alla luce di queste considerazioni non è più soltanto filosofico e filologico ma anche politico. Come se fosse un modo di fare uscire le sue idee da quelle quattro mura, di far pesare le sue posizioni anche in una situazione di totale difficoltà.
Va detto che Gramsci non era un intellettuale solito a veicolare messaggi politici particolari attraverso discorsi generali, e che aveva già percorso tutte le strade “convenzionali” per far valere le sue ragioni. Però è innegabile che esiste una correlazione tra lo stato d’animo di Gramsci e le sue considerazioni sul decimo canto dell’Inferno.

Un pomeriggio che è cominciato con la domanda “cosa c’entra Gramsci con gli aperitivi letterari?” e si è sorprendentemente sviluppato tra Storia e Letteratura; un pomeriggio che ha mostrato il volto della miglior politica e della miglior cultura,  regalandoci la consapevolezza che, così come le idee di Gramsci sono sopravvissute al carcere della Storia, le migliori idee sopravvivono sempre al carcere superficiale degli aperitivi letterari.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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