Un aperitivo con l’Intellighenzia

Sono andato al Saturno Film Festival ieri per farmi raccontare Pasolini, visto che il titolo dell’evento era “Pasolini raccontato a tutti”.
Il prescelto era Fulvio Abbate che ha scritto un libro su Pasolini per raccontarlo a tutti (appunto), ma (dice) non lo fa con fare assoluto, nel senso che la sua visione non è necessariamente unica ed oggettiva. Poi, più o meno a metà della conferenza, ho capito che se non ti avvicini almeno un po’ alla sua visione, sei un coglione.

Si parte con una breve e pallosa parentesi sull’evoluzione stilistica-editoriale del suo libro, ad esempio non c’è più la prefazione di Nichi Vendola perché dopo l’intercettazione in cui ride di un giornalista che dice qualcosa sull’Ilva ha preferito rimuoverla, fa una breve digressione sul fatto che si è visto costretto a modificare il titolo originale “C’era una volta Pasolini”, perché veniva scambiato per un libretto per bambini, tanto che lo si poteva trovare in libreria nella sezione ad essi dedicata e si entra (?) poi nel vivo della questione quando ci si chiede perché Pasolini è una figura importante della cultura e del costume italiano (d’altronde nella presentazione dell’evento, pochi minuti prima, era stato definito un grande intellettuale degli anni 2000, corretto poi in “grande intellettuale del Novecento”). Ecco la prima fitta allo stomaco. Non era il caffè che avevo bevuto ovviamente.
Sono passati più o meno dieci minuti e il mio unico pensiero è “me ne voglio andare”!
Purtroppo però, non me ne sono andato, con la speranza che, prima o poi, qualcosa di interessante su Pasolini sarebbe uscito fuori.
Non vi anticipo ancora il finale.

Insomma, torniamo finalmente alla domanda che mi sta più a cuore, a cui molto faticosamente l’intellighenzia in sala sta cercando di dare una risposta, e cioè: perché Pasolini è stato così importante nella cultura italiana?
La risposta dell’autore è una e si ritroverà sempre lungo la presentazione-invettiva erga omnes di Abbate: Pasolini era un coraggioso, molto semplicemente.
Uno di quei personaggi, la cui morte sembra superare il senso delle sue opere.
Abbate ci aiuta ad orientarci sulle visioni della morte di Pasolini, citando Zigaina nella prefazione del suo “Pasolini e la morte. Un giallo puramente intellettuale”, in cui l’autore sostiene l’ipotesi della morte programmata di Pasolini per dare maggior enfasi alla sua opera letteraria e di vita, rispetto alle altre due ipotesi secondo cui sarebbe stato uno dei tanti delitti verso gli omosessuali o un delitto politico a causa dei suoi attacchi alla Democrazia Cristiana.

Pasolini era ovviamente un intellettuale, uno di quelli scomodi che probabilmente dava fastidio, non solo perché toccava interessi e pensieri costituti, ma perché ci stava pian piano abituando ad un nuovo senso del pudore e dello scandalo, ad una nuova visione della realtà, che non era poi così lontana da Salò o Mamma Roma.
La critica cinematografica non ha mai riconosciuto in Pasolini un grande regista, è sempre stato considerato una specie di regista improvvisato con limiti (da Pasolini stesso riconosciuti) di sintassi cinematografica, ma era anche un visionario, un artista che ha reinventato la scrittura cinematografica, riempiendola di citazioni artistiche del Mantegna o del Pontormo, dato che quando Pasolini iniziò a cimentarsi con la macchina da presa non aveva un’idea di regia, ma di pittura.

Pasolini è anche un grande poeta civile italiano, sulla scia di Dante e D’Annunzio, che cercava di raccontare dove stava andando questo mondo, a tratti anche con un certo pessimismo, che non era affatto assoluto. Il Pasolini contrario al modello di sviluppo italiano negli anni ’70 non era un Pasolini contrario al progresso del Paese, ma all’idea di quel progresso.
Secondo Abbate, Pasolini è anche un autore che va contestualizzato nei suoi anni, dove gli artisti e gli intellettuali di quel tempo ritenevano più importante lavorare per mutare l’esistente piuttosto che nutrire il loro narcisismo d’artista, cosa che a mio avviso buona parte degli intellettuali contemporanei italiani non fanno. Oggi lo spazio culturale degli intellettuali si è ridotto, perché la sensazione di poter cambiare la vita (citando Rimbaud) non c’è più; “la vita non si può cambiare perché siamo ostaggio dell’esistente”, ci ricorda Abbate, siamo ostaggi di un Veltroni che “dovrebbe andarsene a fare in culo”, di un “Marino che è un idiota”, di una “Lidia Ravera che non dovrebbe stare dove sta”, dei “giornalisti  idioti al comando dei direttori che si curano solo degli inserzionisti”, e via dicendo, chi più ne ha più ne metta.

Da Raffaella Carrà e il suo ombelico che non ha minimamente lasciato il segno nella storia culturale pop-mediatica italiana, alla moda di Elio Fiorucci e i suoi jeans strappati che hanno valore rivoluzionario, da Maria Callas icona gay della Medea pasoliniana, alle donne “arpie” che hanno sempre messo i bastoni tra le ruote ai grandi pensatori (cita Elisabeth, la sorella di Nietzsche), per chiudere coi due ragazzi gay vestiti Paul Smith nella mostra fotografica su Pasolini dalle sorelle Fendi, che l’unica cosa che sanno dire è “che gran figone che era Pasolini!”.

Insomma, tanto a criticare il conformismo e poi eccolo qua, l’Intellettuale, accerchiato dall’Intellighenzia locale ad autocelebrarlo, con fare riverente, perché tra simili ci si sostiene, che spara a zero su tutto e tutti, con la Verità che sporge dal taschino della giacca, con l’indice puntato sempre contro qualcuno che è peggio, o semplicemente, un coglione.

Come qualcuno del pubblico, quindi, prova a chiedere all’Autore se c’è oggi spazio e senso per gli intellettuali in Italia, l’unica risposta di senso compiuto è che per Pasolini aveva senso, nel tempo in cui scriveva. Oggi no, perché, come dicevamo prima, non c’è più la speranza di cambiare la vita.
Però Pasolini provava a cambiarla, con tutti i suoi linguaggi che non erano solo invettive, ma anche spunti di riflessione propositivi per far sì che il suo impegno non restasse imprigionato nella dimensione del cartaceo o nell’estensione della pellicola. Pasolini c’era, anche in disparte, tra le sedute del Partito Comunista, c’era in strada, c’era sui giornali, c’era nei suoi romanzi di vita violenta, ma terribilmente umana, troppo umana.
C’era perché viveva nella sua scrittura, scriveva la vita e viveva i suoi scritti tragicamente.
E c’era in un modo tutto suo, c’era come guida, ma anche come speranza.

C’era anche senza bisogno di crearsi una televisione personale ed autocelebrativa per poter dire quello che voleva. Sapeva inveire, certamente, ma lo faceva con maestria, intelligenza, abilità linguistica, anche con rispetto ed eleganza.

L’intellighenzia di ieri invece era autoreferenziale, distruttiva, cinica e molto pessimista, a tratti sprezzante.
Parlava in maniera retorica a se stessa, si autocelebrava tra le cose già note, perché poi in fondo non si è detto niente di nuovo, niente di particolare, niente di sorprendentemente straordinario che fosse degno di un incontro su Pasolini.

Quante altre volte siete disposti ad ucciderlo, cari intellettuali d’élite?
Fino a quando ancora vi riempirete la bocca del suo pastoso nome per girare intorno al senso dei suoi scritti, per circoscrivere la sua solitudine di uomo incompreso? Per quanto tempo ancora dovremmo subire la vostra arroganza intellettuale di porvi in cima alle cose e pretendere di svezzare la nostra cultura giovane sporcandola dei vostri pensieri costituiti?
Fin dove arriverà l’ostentazione della vostra finta libertà, sedicenti intellettuali liberi, se poi siete schiavi delle idee che avete nutrito per anni, nella vostra solitaria posizione, tanto da renderle dei totem monolitici e assoluti, senza mai incidere, senza mai intaccare il tessuto culturale di questo Paese, senza mai smuoverne le corde per amplificare l’armonia della nostra cultura, senza mai mischiarvi o farne veramente parte?

Perché se Pasolini vedeva, ieri, nei capelloni, il limite visivo del messaggio della rivoluzione del ’68, io vedo, oggi, nella sprezzante invettiva (nome troppo degno rispetto a quanto accaduto ieri), il delirio di onnipotenza non di chi canta fuori dal coro, non di chi è controcorrente, non di un intellettuale di oggi, ma di chi in fondo non ha assorbito il senso di questo tempo, non ne coglie la mutevolezza e i repentini cambiamenti e resta aggrappato a degli assoluti totalizzanti.
In questa società liquida, c’è ancora una cerchia di intellettuali (o sedicenti tali) che cerca di imporre la sua solida e superata visione, senza immergersi nell’acqua che ci circonda. Che non significa corrompersi, mischiarsi, omologarsi.
Perché si può scegliere di andare controcorrente, ma prima però, bisogna almeno bagnarsi.
Questo era Pasolini per me.

Ho atteso con ansia che finisse quella triste ed ennesima uccisione di Pasolini e chiaramente, per rendergli omaggio, mi sono abbuffato di pizza e ho bevuto un buon calice di vino bianco, cercando di dimenticare le parole di Abbate che mi risuonavano nella mente.
E mentre me ne vado penso che sono un coglione anche io, perché avrei potuto risparmiarmi quella dannosa perdita di tempo e leggere Pasolini piuttosto, e prendere anche un altro bicchiere di vino prima di andar via.



Gianmarco Mattoccia

Nato a Cori (LT), studio Economia e cooperazione internazionale all'Università La Sapienza di Roma. Appassionato di filosofia fin dai tempi del liceo, ho sempre cercato di capire il mondo guardandolo con occhi e prospettive diverse, consapevole del fatto che una visione d’insieme potesse essere quella più vicina alla realtà. Perché WTNews? Per provare non solo a immaginare qualcosa di lontano e coglierne l’essenza, ma anche per immergermi nel contingente e vederne i dettagli e le sfumature.

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