Sin miedo

Madrid, Spagna. Anno 2015: Jesús Rodríguez, noto giornalista de El país, ha riportato in un suo articolo le interviste fatte a donne spagnole, e musulmane, universitarie, giornaliste, medici, psicologhe, che arrivarono o nacquero in questo paese come figlie di immigranti o che scelsero per loro la conversione all’islam come un progetto spirituale di vita.

Mi limito a riportare, non l’intera intervista, ma i punti e le riflessioni salienti di una conversazione intensa ma mai violenta, energica ma mai arrogante. Farò questo solo dopo essermi presa la briga di presentare l’islam: lungi dall’essere questo mio intervento un comune preambolo per riempire le righe, proprio in questo clima di leggerezza, di faciloneria con la quale ci accingiamo noi tutti a discutere tesi e argomenti (non solamente religiosi) dei quali forse è bene saperne un po’ di più, vorrei si scampasse da quel pressapochismo dominante, per il quale conoscere qualche termine o singoli aspetti di una data questione, forniti, inevitabilmente, da vicende quotidiane a loro collegate, significa troppo spesso essere padroni dell’argomento e poterne così (s)parlare.

L’islam è la civiltà radicata nella religione fondata da Maometto, appunto fondatore e ultimo profeta dell’islam. L’ islam per definizione è dogma e culto, patria e nazionalità, religione e stato, spirito e attivismo. Emerge dunque la compenetrazione tra religione, legge e stato. Si presenta comunque e in primo luogo come religione. La dottrine è rivelata da Allah e il libro del Corano è manifestazione e rivelazione diretta della sua volontà al popolo arabo. Se in Maometto il musulmano trova il modello da imitare, attraverso il Corano si attua la mediazione tra Allah e il credente. Composto da 114 capitoli che contengono un’autentica summa di precetti etici e religiosi, i pilastri della fede rimangono cinque: la professione di fede, ripetuta più volte al giorno a scandire le azioni del credente; la salat o preghiera rituale, intimo e libero colloquio con Allah, in direzione della Mecca, in origine tre, poi cinque volte nell’arco della giornata; la zakat o elemosina in cui una percentuale dei propri beni stabilita per legge è devoluta ai poveri; il siyam o digiuno nel mese di Ramadam (“arsura”); l’ hagg o pellegrinaggio alla Mecca e alla fonte di Zamzam per ogni credente, almeno una volta nella vita. Ogni uomo può convertirsi all’islam e da qual momento è chiamato a compiere uno sforzo per migliorare se stesso, difendere la fede e rispettare i precetti del Corano. Lo stato islamico è governato da un Califfo che ha il compito di far rispettare la legge coranica e di diffondere tra i credenti la fede.

Chiaramente, l’islam non è tutto rose e fiori: divisioni all’interno dei vari stati islamici dovuti alla nascita di partiti che affondano le radici nella storia di popoli diversi, che col tempo riemergono; forti disuguaglianze sociali, tra ricchi e poveri, dovuti alle ricchezze affermatesi in alcuni paesi (tramite per esempio, il commercio del petrolio), e tra uomini e donne, le quali spesso sono emarginate; il confronto con l’Occidente che ha portato oggi a quello che mi sento di definire il “risveglio dell’islam”: messo sotto pressione dal progresso tecnologico e scientifico e con lo stile di vita occidentale, l’islam sviluppa due correnti, quelle moderniste e riformatrici e quelle favorevoli ad un ritorno integrale alla tradizione, per paura di perdere l’integrità religiosa e culturale dei popoli musulmani. Da qui, il motore della storia, si muove sempre più in direzione di una contrapposizione contro l’Occidente, spesso nelle forme di guerriglia terroristica, la quale rischia di sfociare in un vero conflitto di civiltà.

Dina, Sokayna, Najat, sono tre delle nove donne musulmane che hanno preso parte al reportage del giornalista e che ci aiutano a chiarire punti montanti del credo islamico, che toccano in primis proprio le donne. Ognuna di loro porta il velo islamico, l’ hiyab, che lascia scoperto il viso, senza tracce di trucco, e copre capelli, orecchie e collo. Ma dietro il velo non c’è un padre autoritario, un imam radicale, un marito oppressore . C’è la loro fede e la loro identità: “Credete davvero che accetteremmo una religione che ci opprime? Non siamo tanto tonte.” Parlano di una seconda generazione di musulmani che si distinguono da una prima generazione, che viveva la religione di nascosto: “Quando cominciammo a studiare, ad informarci, a toccare temi religiosi, iniziammo a comprendere gli errori e le contraddizioni, a capire che non è scritto da nessuna parte che la donna deve restare in casa, mentre l’uomo affronta la vita oltre le mura domestiche.” Le donne di questa seconda generazione, si sono messe il velo e sono scese in strada volendo essere accettate per quello che sono: spagnole e musulmane. “Non viviamo confuse in più esistenze. Siamo donne, spagnole e musulmane e non dobbiamo rinunciare a nessuna delle due nostre identità: quella religiosa è musulmana, quella nazionale e culturale è spagnola. Non accettiamo l’attitudine paternalista e protettrice che molte volte proietta l’islam al di là delle donne.” Descrivono l’islam come un modo di vivere, che si adatta a qualunque ambiente e distinguono questo islam dall’islam politico, che rifiuta l’occidentale, che ha tradotto il Corano e la tradizione islamica in dogmi, in qualcosa incapace di adattarsi. E adattarsi non significa smettere di pregare o fare quello che ti passa per la testa, ma possedere buon senso: “ L’islam spesso è usato come forma di repressione, ma la sacralità è racchiusa nei cinque pilastri della religione islamici; il resto è costume che deve evolvere. Per il musulmano, il comportamento corretto non è rifiutare la modernità, ma accettarla con la nostra legge divina.” Succede questo perché c’è una totale assenza di comunicazione tra religione e stato, e una profonda ignoranza, partendo proprio dalle comunità musulmane. Da questa presa di coscienza è nata l’Associazione di Donne Musulmane della Spagna (Achime), attraverso la quale donne spagnole, seguaci dell’islam, si confrontano tra di loro, avanzano nello studio della loro religione da un punto di vista femminile e attraverso un autoapprendimento responsabile e condiviso. Non vuole essere questo un femminismo islamico, ma una condivisione che possa portare ad un islam (in questo preciso caso, in Spagna) normalizzato, basato sui diritti umani, non misogino, non gerarchizzato, non verticale.

L’intervista è concretata, e una delle nove donne presenti conclude: “ L’idea è di proseguire sin miedo (senza paura), noi dirette interessate e gli altri, distaccandosi dai luoghi comuni derivati da diverse vicende contemporanee. E se una musulmana non vuole sentirsi ingannata, che studi, così nessuno potrà dirle che deve restare in casa.”

 



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un'ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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