A proposito dello scontro di Civiltà

Ci si prova a non essere democristiani, ma di fonte al manicheismo imperante, alle certezze strillate e ai toni da guerrafondai che ci circondano in questo periodo, si è quasi costretti a passare per nostalgici della Dc. E anche questa volta, di fronte al rincoglionimento generalizzato provocato dai tragici attacchi di Parigi e la sempre più preoccupante minaccia dell’integralismo islamico, sarò costretto a fare il democristiano.

Il dibattito sulla cultura islamica che inonda media e social in questi giorni, sembra essersi spaccato in due fronti: il fronte del “volemose bene”, secondo cui non vi sarebbe nessun attrito tra culture, ma esisterebbe solo un integralismo di pochi (magari sfruttato dall’Occidente per continuare una presunta strategia imperialistica) e il fronte non dello “scontro tra civilità”, ma della vera e propria “guerra tra civiltà”, tale per cui l’Occidente (o la “Cristianità”) e il mondo islamico sarebbero totalmente inconiugabili e quindi destinati allo scontro militare. Nulla di nuovo, certo, ma vale la pena fare una breve riflessione su questo argomento, poiché entrambe le posizioni rasentano il demenziale.

Partiamo da una premessa: tutte le religioni abramitiche hanno, di per sé, elementi dai quali possono scaturire, com’è successo, forme di integralismo più o meno marcate. Islam, ebraismo, cristianesimo, secondo gradazioni diverse, sono religioni in grado di generare fondamentalisti ottusi e pericolosi. Ma esistono delle differenze sostanziali sul piano religioso e culturale, e sul piano dello sviluppo storico-politico, in particolare tra cristianesimo e Islam, che vanno sottolineate.

Semplificando il discorso, l’Islam è una religione di base violenta, guerrafondaia e tendenzialmente totalitaria: religione, politica e cultura sono indistinguibili o quasi. Potere temporale e potere spirituale coincidono e anche sul piano artistico/culturale, a partire almeno dal quattordicesimo/quindicesimo secolo in poi, le forme artistiche eterodosse sono state più l’eccezione che non la regola. Il mondo, secondo il dettato coranico, è divisibile in due parti: il Dar al-Islam (“Casa della Vera Religione”) e il Dar al-kufr (“Casa della miscredenza”) due case in perenne conflitto. Una guerra che terminerà solo quando il territorio della falsità verrà conquistato dai “veri credenti”, e infatti non è un caso che il Dar al-kufr coincida con il Dar al-harb (“Casa della guerra”). Ciò detto è evidente come, tuttavia, questa concezione così violenta sia stata “moderata”, soprattutto fino al 1300 circa, da questioni squisitamente politiche: in altri termini, sterminare le popolazioni assoggettate si sarebbe rivelata una strategia piuttosto fallimentare. Fatto da cui è derivato poi un atteggiamento tollerante nei confronti delle popolazioni sotto il dominio islamico, in particolare quelle di religione abramitica e nei confronti della cultura proveniente dall’esterno del mondo islamico. Dal 1300 in poi, tuttavia, dato anche il carattere arbitrario del potere politico-religioso, l’Islam ha vissuto una lunga fase di stagnazione e regressione, che ne hanno determinato un blocco economico, culturale e politico.

Nei territori occidentali, a prevalenza cristiana, il rapporto tra religione, politica e cultura che si è venuto formando è stato profondamente diverso. Per quanto si sostengano sul punto le tesi più bislacche, l’Occidente è la patria della libertà politica, del mercato, della separazione dei poteri politici e della non-coincidenza tra potere spirituale e temporale, perché la religione (o il potere politico di ispirazione religiosa) non è mai riuscita ad ottenere un potere pari a quello che ha ottenuto nel resto del mondo, non solo islamico. Per metterla in termini generali, noi siamo quel che siamo perché, sulla base di processi storici anche voluti ma soprattutto fortuiti, nessun potere è mai riuscito ad ottenere un livello di egemonia sulla società e sulle altre fonti di potere tale da annichilire totalmente gli avversari o le spinte provenienti “dal basso”. La nostra cultura è il frutto di una frantumazione del potere (in particolare politico), presente anche quando questo raggiunse livelli di concentrazione estrema, che ha concesso a corpi intermedi di natura politica, economica, religiosa di porre dei limiti alle autorità politico-religiose. In queste fratture si è insinuato l’individuo, i suoi diritti (individuali, poi politici, poi sociali) rivendicati contro l’autorità politica o garantiti da un potere politico soggetto comunque al controllo dei vari gruppi che hanno acquistato forza nei secoli: prima gli aristocratici, poi la “borghesia”, poi il “popolo” (per semplificare al massimo, poiché potremmo menzionare un’infinità di corpi intermedi e poteri).

Tutto questo è, di fatto, una peculiarità Occidentale e il frutto, in buona parte non-voluto, del processo precedentemente menzionato. Il che porta alla seguente conclusione: per quanto il cristianesimo sia tra i tre monoteismi la religione “meno totalitaria”, comunque segnata da connotati oscurantisti, e per quanto abbia prodotto valori che abbiamo trasformato poi in principi costitutivi della nostra cultura, la modernità occidentale si è costruita a discapito della religione e del potere assoluto di matrice religiosa. Insomma, siamo i figli del processo di secolarizzazione più che della religione.

Nel mondo islamico tutto questo non è avvenuto. Mentre dalle nostre parti si mettevano le basi per la costruzione della cosiddetta “società aperta”, dall’altra parte del mediterraneo (come nel resto del mondo, anche se in maniera differente) le società sono rimaste “società chiuse”. Tuttavia, per quanto potessero chiudersi, queste società, tra cui il mondo musulmano, hanno subito il bombardamento culturale dell’Occidente, oltre alle varie guerre di invasione o coloniali subite fino a pochi secoli fa. In altri termini, l’Occidente, grazie alla nascita del Mercato, allo sviluppo culturale, allo sviluppo tecnologico, etc… ha dato vita ad una cultura, si fa per dire, “imperialista”, che ha dato il via ad un processo di contaminazione delle culture vicine e non solo. Un fenomeno che continua ancora oggi e che, quindi, continua a produrre effetti sulle altre culture. Democrazia, diritti individuali, tecnologia, benessere economico e via discorrendo, sono elementi in grado di determinare una forte fascinazione e quindi in grado di penetrare, soprattutto oggi in un mondo globalizzato anche dal punto di vista informativo, le mura di culture più o meno chiuse.

Qual è stata la reazione dell’universo islamico a questa “aggressione culturale”? Variegata. Di “adattamento” al modello proveniente da Occidente, di accettazione parziale di elementi provenienti dalla civiltà occidentale o di rifiuto totale di questi elementi.

Oggi viviamo ancora questo processo, che a tutti gli effetti può essere definito uno “scontro di Civiltà”. Ma si tratta di uno scontro che non necessariamente deve portare ad uno scontro militare, per una serie infinita di questioni.
Non tutto il mondo musulmano, arabo e non, ha reagito con un rifiuto fondamentalista alle spinte provenienti dall’esterno: lì dove c’è stato questo rifiuto (e purtroppo in larghe parti del mondo islamico) questo è stato poi in gran parte dettato da un puro “spirito di conservazione” di tradizioni e culture. In non pochi paesi, inoltre, si è assistito ad un mix (spesso incoerente o raffazzonato) di elementi occidentali con elementi tradizionali. In alcuni paesi, pochi, si è poi prodotto un processo di “mimetismo” dei paesi musulmani nei confronti dei modelli occidentali. Insomma, il quadro è estremamente variegato.
Tuttavia, è evidente come questa incapacità generalizzata di confrontarsi con il mondo musulmano subisca una forte influenza di una religione, l’Islam, che non ha subito processi di secolarizzazione significativi e che rappresenta di per sé una religione estremamente oscurantista, guerrafondaia e totalitaria, che permea in profondità le società islamiche. D’altronde la socializzazione di moltissimi ragazzi arabi (e non) avviene ancora all’interno di scuole coraniche o a forte impronta religiosa. Se a questo poi si aggiungono altre variabili politiche, geopolitiche, demografiche, generazionali e chi più ne ha più ne metta, possiamo comprendere come il panorama sia estremamente complicato.

In conclusione: soluzioni? Difficile trovare una risposta. Di certo non sono le soluzioni prospettate dai due fronti menzionati all’inizio di questo articolo. Pensare che cultura occidentale e cultura islamica (con tutti i loro riflessi politici, culturali ed economici) possano convivere senza attriti è pura utopia. Tuttavia pensare che l’unica soluzione sia lo scontro armato è altrettanto demenziale. Bernard Lewis, uno dei massimi esperti occidentali del mondo islamico, ha affermato che, grazie a un lungo processo di trasformazione culturale, Islam e Occidente riusciranno a trovare la quadratura del cerchio. Tuttavia le trasformazioni culturali non sono processi di mesi, anni o decenni, ma sono processi generazionali e non scontati. Molto dipenderà dalle scelte che la politica (che non ragiona in termini di generazioni, ma anni) compierà nel futuro prossimo, sia sul fronte occidentale che su quello mediorientale.

Mai come in questo periodo saremo chiamati a fare appello alla conoscenza, al dubbio, alla ragione e alla riflessione.

Purtroppo, però, i segnali provenienti dalla politica e dalla società non fanno ben sperare.



Giuseppe Carteny

Laureato in Scienze di Governo, chitarrista liberale e aspirante politologo rock. O quantomeno blues. Militante di me stesso, per due anni attivista di Fare per Fermare il Declino. Ex membro della Direzione Regionale del Lazio ed ex membro della Direzione Nazionale del partito. Fondatore del sito collettivo Immoderati.it, collaboro con Geopolitica.info e TheFielder.net.

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