Una grande coalizione ed un grande girotondo

Le reazioni che si sono susseguite dopo gli attacchi a Parigi, dopo il “venerdì 13”, hanno evidenziato tutta la rabbia repressa (giusta o sbagliata che sia) dei cittadini italiani e dell’Europa intera, se non dell’occidente tutto. Ma insieme alla rabbia, subito dopo le condanne univoche, è ricominciato il gioco delle parti e delle posizioni, ognuno arroccato sulla porzione di scacchiera conquistata a fatica. Chi si indignava per il titolo di Libero, chi criticava le immagini-bandiera, chi aggiungeva un anello alla catena infinita degli hashtag. Reazioni tutto sommato comprensibili, popolari, ma che contengono una serie di verità quasi assolute sull’epoca in cui viviamo e sullo stato d’animo che viviamo. Capire o condividere la corrida che il web offre in queste situazioni non cambia l’analisi e non preoccupa.

Dovrebbe invece preoccupare il fatto che la scena politica internazionale abbia seguito, più o meno, lo stesso canovaccio: una dichiarazione d’intenti largamente condivisa da tutti, la invocazioni ribadite in tutte le lingue alla dea dello “stare uniti”, le successive e più elaborate invettive contro il “terrore” in genere. A questo quadro va aggiunta una simbologia che non è passata inosservata durante il G20 di Antalya: le strette di mano, le espressioni, i gesti. Il testo finale prodotto dall’assemblea è esplicativo: praticamente tutti i leader dei paesi partecipanti “concordano sulla necessità di costruire una cooperazione internazionale  contro il terrorismo, di prevenire le radicalizzazione e i finanziamenti e combattere la propaganda”. Sull’onda dell’entusiasmo qualcuno potrebbe già pensare di avere la vittoria in tasca, ma rimarrebbe un sogno ad occhi aperti. Già, perché, nonostante gli annunci, nonostante la buona volontà le posizioni sono veramente molto lontane, soprattutto tra Russia e Stati Uniti. Riassume in una frase il Presidente Putin: “ogni paese ha la propria posizione ed il proprio atteggiamento verso i diversi segmenti del problema della lotta al terrorismo”.

In teoria, quindi, siamo tutti d’accordo nel condannare il terrorismo e nel fronteggiarlo; in pratica, ognuno pensa che il modo migliore di combatterlo possa essere il proprio. La necessità impellente di ripensare l’intelligence europea in primis, occidentale poi, rimane; la necessità di trovare misure condivise di controllo delle frontiere europee aspetta ancora una risposta; così come la diplomazia internazionale ha bisogno di una discussione fondamentale sulla sua efficacia.
Temi che rimangono sottesi a quello che possiamo definire “il day after della politica”, il momento in cui, messe da parte le “reazioni di pancia”, si cercano le soluzioni “di testa e di cuore” (per restare alle parole di Matteo Renzi); senza però lasciarsi tentare dalle facili scuse e dalle facili vie di fuga, senza però utilizzare la “testa” per sottrarsi alla collaborazione scegliendo un ruolo marginale.

Sicuramente i fatti di Parigi aprono un nuovo capitolo della storia militare. Per una serie di motivi: 1) confermano che i commandi hanno la preparazione per sfruttare una situazione di guerriglia urbana; 2) evidenziano la totale indifferenza nella scelta degli obiettivi e 3) costringono i sistemi di sicurezza ad ammettere che non potranno mai controllare ogni singolo locale, ogni  singolo ristorante, ogni singola strada di Parigi e di qualsiasi altra grande città.
In considerazione di tutto questo, potremmo considerare il terrorismo come l’ultima difesa, il colpo di coda dello Stato Islamico, che cerca di riconquistare con il furore il vantaggio perso in queste settimane; ma anche in questo caso non basterebbero i raid aerei a sconfiggerlo, non basterebbe solamente un embargo planetario che toglie all’IS le risorse racimolate e non basterebbe solamente un intervento militare di terra. Condizioni necessarie ma non sufficienti per raggiungere la stabilità che dovrebbero verificarsi tutte e tre contemporaneamente per comporre una buona strategia.

Per questo occorre organizzazione e collaborazione; è prioritario trasformare l’unità di intenti ed il senso di responsabilità in atti concreti, ma prima bisogna mettere tutti d’accordo e non è semplice, anzi: la sfida che i paesi del G20 hanno davanti è veramente intricata, perché prima di sconfiggere l’IS ed il terrorismo, bisogna tagliare la testa al serpente dell’egoismo nazionale.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

Leggi anche

Top