Il muro di Berlino doveva cadere oggi

Quella comunemente conosciuta come la “caduta del muro di Berlino”, in realtà, altro non è che la prova che il controllo totale dell’Uomo sulla Storia e, dunque, sul Tempo, è impossibile. L’avvenimento forse più importante del novecento intero, per significato politico, culturale, umano, è stato causato da una disattenzione, da una domanda fatta non solo al posto sbagliato nel momento sbagliato, ma da un giornalista giusto al giornalista sbagliato.

Il primo è Riccardo Ehrman, italiano, all’epoca inviato dell’ANSA; il secondo era Günter Schabowski, passato da giornalista e presente al momento della domanda in qualità di responsabile dell’informazione del partito.
Riccardo Ehrman era a conoscenza, grazie ad una conversazione privata con Potsche, l’allora direttore dell’ADN (che era l’agenzia di comunicazione ufficiale della Germania Est), di un grande movimento di idee e di regolamenti sul tema dell’espatrio per i cittadini della DDR e pose la questione all’attenzione della stampa e del partito durante una delle tante conferenze indette in quei mesi difficili; era il 9 novembre 1989, a rispondere fu Gunter Schabowski, per l’appunto.

L’ufficiale-giornalista non era preparato, evidentemente. Sopraffatto dall’agitazione si lasciò sfuggire una frase che costò probabilmente la sopravvivenza del muro: disse che il provvedimento in cui venivano ampliati i casi a cui poter concedere l’espatrio (e non l’apertura delle frontiere) era già in vigore. In realtà, l’entrata in vigore per il provvedimento in questione era prevista per il giorno successivo: 10 novembre 1989.
Da quel momento in poi, per tutta la giornata e per tutta la serata, la notizia dell’apertura delle frontiere (falsa – o perlomeno, inesatta) fece il giro di tutta la Germania e di tutto il mondo. La situazione divenne fuori controllo, migliaia di persone scese in piazza reclamarono il passaggio verso la Germania Ovest e poi la caduta definitiva del muro.

Storie umane di amore e di guerra, di terrore e di speranze si intrecciarono in quel nove novembre, anticipando di 24 ore l’orologio della Storia universale, dimostrando che anche il più aggressivo stato totalitario che si riesca immaginare, anche il più perfetto apparato burocratico, avrà sempre un margine d’errore umano che a volte potrà risultare incolmabile.
Una banalità, per alcuni, perché il muro sarebbe caduto comunque; un paradosso, per altri, che a determinare questo scompenso fu un ufficiale comunista, un “infallibile”, uno che avrà letto più di qualche volta Marx ed uno che sicuramente credeva nell’aforisma “la Storia si ripete la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Già, credeva, perché quel nove di novembre, anzi, quel dieci di novembre, la Storia si è fermata e ripetuta in un solo attimo, in una sola frase, come tragedia e come farsa, contemporaneamente.

Gunter Schabrowski è stato indagato dopo la fine della DDR per gli omicidi dei cittadini in fuga dalla Germania est e poi condannato nel 1997; ha scontato un solo anno di reclusione dei tre previsti per l’ammissione morale delle sue colpe; è morto nove giorni fa, il primo novembre 2015. Ad oggi è l’unico tra gli alti funzionari del Partito dell’Unità Socialista ad avere ammesso le sue responsabilità.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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