L’eredità di Pasolini: un indipendente solitario.

“La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine che è la mia debolezza”

Non credo ci sia oggi chi abbia saputo cogliere l’eredità di Pasolini; chi, con veemenza, con la stessa passione intellettuale e una così profonda visione sociale, si sia spinto fino alle viscere della società italiana.

Chiedercelo oggi significa fermarsi, quarant’anni dopo e guardarsi intorno, nei meandri dell’omologazione culturale, nel mainstream del “pensiero medio” che definisce la stessa “classe media” non più distinguibile in base al reddito, ma riconoscibile in un pensiero unico e conformista.

Non serve sapere cosa si pensa, serve pensare quello che più si pensa, entrare nei circoli del pensiero maggioritario, che è più facile, immediato e acritico.

Il tutto si è ridotto a mero conteggio utilitaristico (come nel pensiero economico classico), dove il benessere massimo altro non è che la somma di tanti benesseri individuali. Come se il tutto fosse solo l’unione delle parti, senza distinguo, senza margini o confini qualitativi che ne definiscano l’essenza intrinseca.

Siamo ancora un popolo senza unità, un’Italia unita senza identità di popolo, con l’ardente bramosia di fare unità costantemente, consapevoli di questa mancanza storica, di questo azzoppamento antropologico che ci rende fragili, poco integri, impreparati alle grandi battaglie culturali per scalfire le posizioni storiche sedimentate. Siamo figli di un capitalismo sempre più radicato negli stili di vita, negli atteggiamenti, nel pensiero quotidiano. Lo status sociale cambia definitivamente da cittadino a consumatore.

Non siamo mai stati uguali perché c’è il cittadino di uno Stato e quello di un altro, c’è quello che non ha Stato, chi scappa dal Suo; quello che prega un dio e quello che ne prega un altro, chi ama un uomo e chi ama una donna, chi ha diritti e chi ne ha un po’ meno, ma per la grande religione capitalistica non esistono differenze: esiste solo il consumatore. D’altronde l’omologazione culturale era inevitabile con le premesse economiche del capitalismo. Bastava assoggettare tutti alle medesime dinamiche, alle stesse regole del gioco (che poi in fondo il gioco è uno ed è sempre quello), che piaccia o no, in qualunque regione del Mondo tu viva, qualunque sia il colore della tua pelle o il tuo orientamento sessuale, il tuo credo religioso e le tue convinzioni politiche, la grande Madre delle categorie, quella consumistica, ti ingloba anche se non te ne rendi conto e puoi rifuggire dall’idea quanto vuoi, ma inevitabilmente tu ne sarai parte. È proprio questo il modo in cui il capitalismo ha perpetrato le nostre vite, con un processo auto creativo e continuativo, come se fosse un postulato della nuova fisica economica per cui ad ogni azione, nel sistema economico capitalistico, corrisponde il lascito di un qualcos’altro dal quale si genererà una nuova azione che risponderà agli stessi criteri, alle stesse logiche in un processo continuativo e quasi eterno di continua creazione.

L’innovazione capitalistica si è spinta ben oltre i suoi limiti, ha superato il paradigma merce-capitale, ha sovrastato il nuovo metodo di produzione industriale, ha di gran lunga doppiato i suoi obiettivi tecnologici. Siamo ormai intrappolati in un grande contenitore di merce, in cui noi siamo la stessa merce. È assurdo constatare come per renderci “uguali” siano serviti dei postulati economici, come una scienza sola sia stata in grado di inglobare i bisogni di tutti, senza distinzione alcuna, in un unico bisogno, con la promessa del benessere, della ricchezza accumulata che darà sempre più frutti in futuro (un futuro lontano, tanto agognato quanto irraggiungibile).

Pasolini sembra quasi scontato davanti a tutto questo, come una flebile voce profetica che ormai ha fatto il suo corso, quasi lontana. Non la sentite anche voi questa arrendevole sensazione di totale adattamento, questo piacere repellente di qualcosa che si ha addosso senza volerlo ma di cui difficilmente si riesce a fare a meno?

Ho provato ad immaginare quanto fosse stato doloroso vedere e tentare di far vedere a chi non vuole. La cieca ostinazione con cui si mostra l’evidente, con cui si racconta quanto ci passa sotto gli occhi e lo stupore di chi si sorprende a riconoscere quel che non può essere nascosto.

“Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.”

L’intellettuale-filosofo che vede e porta la luce nelle caverne della società, quella proletaria, quella borghese, colui che prova a spezzare le catene e i simulacri. Ma i simulacri di Platone non sono mai stati legittimati dai prigionieri, semplicemente non li riconoscevano e non li comprendevano.

Noi prigionieri di oggi, come allora, legittimiamo fino al punto di osannare i nostri simulacri; non è più un atto incondizionato di fede, è semplice convenienza, miope immobilismo d’appartenenza al pensiero unico, facile e consuetudinario.

Perché appartenere è meglio che essere, consapevoli del dramma, dell’appiattimento culturale in cui siamo immersi, prede di un formale vittimismo in cui ci si riconosce succubi di un sistema auto imposto e dal quale non ci si riesce a liberare.

Pasolini faceva scandalo, eppure oggi riconosciamo tutti nelle sue parole quella descrizione lucida e fervida della realtà esattamente così com’era.

L’omologazione culturale che Pasolini ha espresso duramente nei suoi Scritti corsari è pane quotidiano oggi, il modello unico di comportamento è stato pienamente assolto dal sistema economico capitalistico, radicato in ogni sua forma nel comportamento dei nuovi cittadini-consumatori, nell’adattamento culturale delle società di massa post-moderne e figlie del nichilismo, fondate sul consumo. Eppure sembra quasi impensabile tornare indietro per riproporre modelli organizzativi della società e della produzione, espressione del comunismo, ormai superati e non in grado di cambiare radicalmente la natura di questa nuova società, anche se Pasolini (forse per convenienza) vedeva nel Partito Comunista Italiano “la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche, (…) un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico”.

Non c’è spazio oggi, nell’imminente presente, in questo grande adesso, per la nostalgia, ma c’è ancora un margine per una rivoluzione culturale di eredità pasoliniana che necessita di trovare spazio all’interno del sistema capitalistico stesso, colmandone le sue lacune, cercando di indirizzare e governare il mostro sacro che ci è sfuggito di mano, che ha valicato i confini e superato i suoi limiti. Mai come oggi questa rivoluzione consiste nel saper domare la bestia impazzita, addomesticarla secondo canoni più umani, laddove ancora non arriva la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà e i diritti.

Siamo vittime del sistema mediatico capitalistico, dove la banalità fa scandalo e lo scandalo diventa banale, quasi normale come fosse giustificato dal processo di mercificazione violento del sistema stesso. La velleità degli slogan, delle pubblicità, il servile assoggettamento delle politiche di marketing odierno per nascondere il reale, circoscrivere ed etichettare il superfluo, creare il bisogno laddove è latente. La nuova categoria della classe dirigente capitalistica, degli innovatori che oggi inventano e impongono non più un semplice bisogno ma una disperata ossessione legata al possesso, oltre che materiale (rivolto all’oggetto del desiderio), soprattutto dello status di possessore di quell’oggetto.

Riflettere sul lascito culturale del grande pensatore, l’intellettuale scomodo, significa oggi contemplare la sua visione profetica, l’immaginazione sociale del riformista solitario (ricordando Federico Caffè, un altro profeta visionario, un economista critico e sensibile agli aspetti più umani della disciplina economica). Pasolini ha lasciato in questo Paese un grande vuoto intellettuale che nessuno ha saputo colmare con lo stesso vigore ed efficacia intellettuale; si sente la mancanza dell’analisi antropologica attenta e puntuale dei fenomeni politici, culturali, dolorosamente umani, di una descrizione pungente e dettagliata degli aspetti più profondi dell’Italia di oggi, come quella di ieri.

Per molti anni, e ancora oggi, nel nostro Paese sembra impossibile non essere attratti in qualche modo da un enorme centro culturale che soppianta totalmente il ruolo delle periferie, o se vogliamo vederlo con un’accezione metaforica (ma neanche troppo), delle minoranze.

Il grande centro esercita un enorme attrazione sul pensiero comune, quasi come se tutto gravitasse intorno ad esso, come una cosa centripeta anziché centrifuga, direbbe D.F. Wallace.

Tutto in Italia tende, per convenienza o acrasia, a riconoscersi in un centro catalizzatore di concetti spiccioli, facili, alla portata di tutti, che sia chiaro e diretto, immediato fino alla pancia della gente, che sappia fare sintesi e che abbia carattere di stabilità, di parvenza eternamente immodificabile, quasi come se la dialettica e l’alternanza non fossero altro che temibili tentativi di sovversione delle posizioni precostituite e non affatto stimolo alla pluralità e al pluralismo, al miglioramento delle visioni e al progresso culturale.

Si capisce oggi, forse meglio di allora, come e perché il compromesso storico fosse ideologicamente impensabile, così lontano dalle ragioni di quel grande centro stabile che non poteva dar spazio all’alternanza, alla discussione, ma solo confermare e radicalizzare il pensiero unico onnicomprensivo, trasversale, rivolto a chiunque senza distinzioni.

Ruolo importante e quasi esclusivo ebbe per Pasolini la rivoluzione del sistema d’informazione:

“per mezzo della televisione, il centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto (…) i suoi modelli: (…) non si accontenta più di un «uomo che consuma», ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.”

Bastava osservare ieri, nel giorno della sua commemorazione, come tutte le televisioni e le testate giornalistiche abbiano scelto di ricordarlo attraverso le sue interviste, spezzoni dei suoi film, letture cariche di pathos per ricordare un dimenticato, un ucciso, un emarginato della società che non ha avuto difficoltà a morire, laddove la morte era semplice incomprensione.

Quello stesso sistema mediatico che aveva criticato aspramente, si prostrava ieri a compiangere l’ucciso come ce lo ricorda Diego Fusaro sulle pagine de Il fatto quotidiano: “perché, in fondo, nel tempo della mediacrazia e dell’integralismo economico-consumistico Pasolini deve essere ricordato così e dunque, diciamolo, deve essere ucciso una seconda volta: come un giusto e candido, morto quasi per caso, un poeta eccellente spentosi prematuramente; mai – si badi – come lo sferzante critico della società di mercato, di quella civiltà dei consumi che, come magistralmente raffigurato in “Salò” (1975), fa quotidianamente mangiare merda ai suoi sudditi, torturandone le anime ancor prima dei corpi. Non lo si deve mai ricordare come colui che disse apertamente che “l’antifascismo archeologico” e liturgico serve oggi da alibi per legittimare la società dei consumi e il classismo planetario, ossia il nuovo fascismo che si presenta come libertà universale.”

L’unione tra il centro e la periferia ha ridotto la pluralità e ha reso più fluido il passaggio dalla ricchezza culturale e la molteplicità d’insieme all’omologazione culturale. Il processo non è stato solo metaforico, idealistico, ma ha segnato il suo passaggio nell’imminente, nella conformazione fisica della città, nella periferia magistralmente impressa nelle pellicole neorealiste, nei vicoli di Ragazzi di Vita o di Una vita violenta.

“Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al centro, abolendo ogni distanza materiale”.

Toccante e suggestivo è uno dei passaggi più delicati dell’articolo che Pasolini dedica a Sandro Penna in cui ricorda

“che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori — che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire — ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, che tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo. Le città finivano con grandi viali (…)”

Pasolini oggi ci manca. Manca a chi cerca una guida, non per illuminare la strada che cammineremo o suggerirci la direzione, ma per conoscere meglio la strada che stiamo battendo. Lo sguardo lucido e intriso di dolore fulmineo, provocatorio, oggi ha lasciato una pesante eredità, quella di un intellettuale troppo scomodo per poter essere assorbita dal retroterra culturale di un paese stanco, debole, con poca voglia di confrontarsi con la dura realtà delle cose, preferendo assopirsi nel tepore offerto dal grande Centro, nella rasserenata tranquillità di un’immobilità che consola e giustifica i comportamenti costituiti, gli atteggiamenti rassegnati e assuefatti. Ma questa eredità non potrà non essere colta da un Paese che, seppur rassegnato, è capace di grandi e repentini mutamenti antropologici: insomma sta a noi oggi capire se e quando farci interpreti e portatori del grande lascito pasoliniano.

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Gianmarco Mattoccia

Nato a Cori (LT), studio Economia e cooperazione internazionale all'Università La Sapienza di Roma. Appassionato di filosofia fin dai tempi del liceo, ho sempre cercato di capire il mondo guardandolo con occhi e prospettive diverse, consapevole del fatto che una visione d’insieme potesse essere quella più vicina alla realtà. Perché WTNews? Per provare non solo a immaginare qualcosa di lontano e coglierne l’essenza, ma anche per immergermi nel contingente e vederne i dettagli e le sfumature.

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