Quante Ferrari abbiamo in Italia?

Con la quotazione in borsa della Ferrari, che il primo giorno ha guadagnato circa il 5%, abbiamo un’altra operazione da aggiungere ai capolavori di Sergio Marchionne. Giusto per ricordare, undici anni fa il gruppo Fiat era in condizioni disastrose; poi, nel 2005, il divorzio da General Motors: è la svolta. L’acquisto di Chrysler, la separazione tra Fiat e Fiat industrial, ed ora la quotazione del cavallino: tutte scelte che hanno contribuito in modo decisivo alla crescita dell’azienda. Eppure, “in patria”, Sergio Marchionne non è certo ricordato per questo, anzi; le polemiche con i sindacati o l’uscita “tattica” da confindustria sono associate alla sua figura molto più spesso dei suoi meriti oggettivi. Che un manager possa piacere o non piacere è legittimo, ma che non vengano riconosciute le sue capacità è un paradosso tutto italiano.

Aggiungiamoci l’initial pubblic offering (ipo) di Poste Italiane di oggi. Potremmo dire che è un ottimo momento per la finanza italiana (ed in effetti, per alcuni aspetti, lo è); ma come sempre, c’è l’altra faccia della medaglia da considerare: infatti, nonostante Ferrari e Poste Italiane, abbiamo ancora poche imprese quotate in borsa. Aspetto forse scontato, considerata la prevalenza di imprese medio-piccole sul nostro territorio nazionale e la tendenza del capitalismo familiare italiano a preferire la continuità dell’impresa alla massimizzazione dei profitti. Aspetto che invece ha avuto degli evidenti effetti negativi: primo fra tutti il banco-centrismo, ovvero la dipendenza delle imprese dalle banche per reperire finanziamenti.  Dopo la crisi, quando le banche hanno diminuito la concessione di crediti, le imprese hanno iniziato a boccheggiare proprio per questo motivo. E qui arriviamo all’aspetto principale: l’impressionante mancanza di cultura finanziaria.

Negli ultimi anni, proprio dal 2008 in poi, gli italiani sono stati costretti dagli eventi a considerare le dinamiche economiche come qualcosa di concreto e non di astratto: hanno visto persone perdere il lavoro o lo hanno perso, hanno visto cadere governi per colpa della “mancanza di credibilità”, hanno imparato ad usare frequentemente il termine “spread”. Ma, evidentemente, invece di provare a capire cosa significasse tutto questo, si sono fermati al disgusto (fisiologico) per il mondo della finanza, lo hanno semplicemente stigmatizzato: con la finanza non vogliono avere niente a che fare. C’è anzi la convinzione, sempre più diffusa, che la ricchezza sia qualcosa che equivale alla disonestà.

In un quadro come questo, è quindi facilmente spiegabile il fatto che il manager più pagato d’Italia sia visto come un licenzia-operai o che sia insultato sui muri delle città; si spiega come l’esordio in borsa di Ferrari attiri minor interesse delle automobili che produce, o anche, come Poste Italiane, una delle aziende più vicine alla quotidianità dei cittadini, peraltro posseduta interamente dal Ministero del Tesoro (quindi vicina anche alle tasche dei cittadini), passi in secondo piano nonostante la sua quotazione rappresenterà la più grande operazione finanziaria in atto in Europa.
E se anche il mondo della finanza è, come quasi tutto, “sedimentato sotto il chiacchiericcio ed il rumore” aspettiamo il rombo di altre Ferrari a spazzarlo via.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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