Cafe Sheroes’ Hangout

Gli anni passano, le cicatrici restano. Ci troviamo ad Agra, nel nord dell’India, dove da diversi anni è sorto un locale, il cosiddetto Sheroes’ Hangout,  gestito da donne sfigurate con l’acido, un progetto sorto su iniziativa di Stop Acid Attack, associazione fondata a Nuova Delhi nel 2013. Perché un bar gestito da donne sfigurate?  Il locale è una grande occasione di reinserimento nella società per le lavoratrici vittime di una violenza macabra che ha portato via serenità e sogni e garantisce loro anche un’indipendenza economica.

Mostrare in pubblico il volto sfregiato è la sofferenza psicologica più dura da sopportare, dopo quella fisica derivata dal bruciore che l’acido provoca sulla pelle: “Non andavo a scuola per colpa dell’attacco con l’acido” dice Neetu Mahour, attaccata da suo padre all’età di due anni e quasi accecata dall’acido; invece oggi lavora nel locale mostrando a tutti le sue cicatrici. Il Cafe Sheroses’ Hangout si propone di sensibilizzare il maggior numero di persone sulla tematica degli attacchi con l’acido contro le donne  (309 solo nel 2014), ma soprattutto di offrire un raggio di speranza e di restituire a tali donne la vita loro strappata in passato.

L’aggressione con acido, conosciuta anche come “vitriolage“, è quella forma di violenza premeditata consistente nel gettare una sostanza corrosiva sul corpo di un’altra persona con l’intento di sfigurarla, mutilarla, torturarla o ucciderla.

Fra le vittime di questa violenza vi sono in particolare giovani donne. Dal Bangladesh all’India al Pakistan alla Cambogia (con casi sempre più numerosi in Europa, anche in Italia), l’universo delle donne ustionate dall’acido è tanto variegato quanto terrificante. I responsabili di quest’atto gettano solitamente l’acido sul volto delle loro vittime, bruciando così fino a danneggiare gravemente i tessuti della pelle, spesso addirittura fino ad esporne le ossa e talvolta sciogliendole: i tipi più comuni di sostanze utilizzate a tal scopo sono l’acido solforico, l’acido nitrico e l’acido cloridrico. Le conseguenze – cecità, ampie cicatrici permanenti sul viso, danneggiamento dell’esistenza futura della vittima, con gravi difficoltà sociali, psicologiche ed economiche associate conseguenti.

Ecco perché nasce l’idea del locale: il progetto è stato pensato per infondere nelle donne la fiducia necessaria a non vergognarsi, a mostrare in pubblico il loro volto e a sensibilizzare la popolazione (oserei dire mondiale), creare un centro di attività per diffondere la consapevolezza, nelle vittime e in tutte le persone che chiedono loro una spremuta d’arancia.

Nell’idea c’è, per tutti noi, la possibilità di un grande cambiamento che equivale più o meno a una seconda possibilità di nascere, queste donne ci stanno credendo e il desiderio è quello di lasciare alle spalle quello che è stato, che non è dimenticare ma lasciare spazio ad un passato da riscrivere quasi totalmente.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un'ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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