Il rebus del Medio Oriente mette in crisi le nostre democrazie

Prima l’accordo “nucleare” con l’Iran, poi gli attacchi dei talebani in Afghanistan, contemporaneamente il vertice anti-terrorismo dell’ONU. Questi i fascicoli che hanno riportato prepotentemente sulla scena il groviglio geopolitico del Medio Oriente e del Nordfrica. A tutto ciò va ovviamente aggiunta la cassa di risonanza che ha avuto la condanna a morte di Ali Mohamed al Nimr, in Arabia Saudita. Apriamo una parentesi: Ali Mohamed al Nimr è il nipote di uno dei più famosi oppositori sciiti al regime Saudita, aveva 17 anni nel 2012, quando fu arrestato per aver preso parte ad una manifestazione; è stato condannato a morte il 27 maggio scorso. Qualche giorno fa il presidente francese Hollande ha pubblicamente espresso il suo cordoglio per la situazione: è stata una scelta politica, dal momento che non tutti gli esponenti della politica europea e non, diciamo “occidentale”, si sono schierati contro la facoltosa monarchia di Riyad.

Questo per dire che non tutto può essere ridotto al termine “terrorismo”, ad una semplice divisione tra “sunniti” e “sciiti”, alla distinzione tra paesi in via di sviluppo nell’area e paesi instabili politicamente. Nella prassi, infatti, anche gli stati più stabili, quelli con cui gli accordi commerciali risultano essere più prolifici, devono pagare un prezzo enorme in termini di concessioni democratiche ai cittadini pur di mantenere il potere; basti pensare che, al momento, rimane Israele l’unico baluardo della democrazia mediorientale. Proprio nel corso del vertice O.N.U. di cui sopra, sono stati affrontati i due casi limite, forse i due più complessi: la Siria e la Libia.

In Siria sono iniziati i raid aerei voluti dal Cremlino, formalmente inseriti nella lotta al Califfato, più realisticamente pensati per puntellare il regime di Assad. Senza dimenticare la presenza dei Curdi nel nord della regione, tanto per completare il quadro. Abbiamo quindi tre forze in gioco (o quattro, a seconda di come consideriamo i ribelli): un regime, uno stato non riconosciuto di aperta matrice antioccidentale e terroristica (l’ISIS), una minoranza che combatte per l’indipendenza. Specularmente, in Libia, abbiamo due governi e l’autoproclamato Stato Islamico, più una minoranza nomade (che non influisce a livello politico).
Qui si pone la prima domanda: se una eventuale coalizione decidesse di intervenire con truppe di terra, da che parte dovrebbe combattere? E poi ancora: anche ipotizzando o realizzando una copertura aerea, chi conquisterebbe le terre “liberate”, ovvero chi beneficia effettivamente dell’azione di bombardamento?

A queste domande dovrebbe rispondere la diplomazia, sondando le volontà, studiando i territori ed i popoli, cercando una mediazione troppe volte impossibile o insufficiente. Di fronte a queste difficoltà appare chiaro che l’Occidente non può farsi carico della formazione e della stabilizzazione dell’intero Medio Oriente; però, a questo punto, di fronte alle enormi contraddizioni, come la nomina dell’Arabia Saudita, nella figura di Faisal Bin Hassan Trad, alla presidenza del gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, l’Occidente deve gettare la maschera del buonismo, se vuole essere ancora credibile.

Riacquistare la fiducia persa in questi anni di aiuti incredibilmente malgestiti, sempre verso i governi e quasi mai verso i popoli, sarà difficile. Non bisogna cadere nell’errore reiterato di intervenire senza conoscere; non si può più sostenere la separazione tra i piani economici, militari e socioculturali: gli accordi economici devono portare benessere alle popolazioni e non garantire la sopravvivenza delle classi dirigenti, gli interventi militari devono essere mirati e non dettati dall’agenda politica, la conoscenza e lo scambio interculturale è l’unico canale possibile per trasmettere la voglia di libertà. Senza rispettare queste tre prerogative, nessuna operazione, nell’immediato futuro o nel medio-lungo termine, potrà risultare credibile.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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