Not a country for women

Stato insulare dell’Asia orientale, situato nell’Oceano Pacifico, con una popolazione di circa 128 milioni di individui, il Giappone risulta essere la decima nazione più popolosa al mondo. Esiste forse qualcuno che ancora dubita di ciò? Paese all’avanguardia, pecca in pochi ambiti: una cultura solida, istituzioni regolate ad hoc, dall’organizzazione scolastica, al sistema sanitario per arrivare poi alle forze armate. Tutto quanto sembra compiuto, solido come succede quando si costruisce un muro: tutti i mattoni combaciano, aderiscono, si combinano e quando anche solo uno di questi viene a mancare, crolla giù tutto. Ma è davvero così inamovibile l’esistenza giapponese? È davvero senza imperfezioni la società dell’Impero del Sol Levante?

Nonostante la nomea di paese all’avanguardia, diversi studi mostrano come il paese sembra ancora arrancare nella parità dei sessi, specie in ambito lavorativo: le donne giapponesi sono relegate dal maschilismo dominante ad un ruolo materno e subordinato. Il 74% delle donne laureate abbandona volontariamente il lavoro e coloro che provano successivamente ad ottenere una nuova occupazione, solo il 43% (paragonato al 73% in America e al 68% in Germania fa un certo effetto) ci riesce. Stiamo parlando di donne qualificate e motivate rispetto al lavoro: il loro abbandono non configura soltanto una questione di equità sociale, ma anche una perdita di talenti e capacità.

Nell’Ottocento, alle donne giapponesi fu associata l’espressione ryōsai kenbo, traducibile come “moglie devota e madre istruita”: una buona moglie aveva l’obbligo di obbedire al marito e di prendersi cura dei figli. Oggi non è solo la dimensione familiare e il ruolo tradizionalmente assegnato a spingere le donne fuori dal lavoro, quanto piuttosto l’insufficienza di una prospettiva professionale e l’intorpidimento di un sistema che non concepisce alcun adattamento alle esigenze femminili.

Tuttavia, diverse aziende stanno prendendo coscienza del problema, come la Shiseido, la maggiore azienda giapponese per la produzione di cosmetici e prodotti di bellezza, in cui lavora come vice-presidente Kimie Iwata, che ha raggiunto dopo anni di lotte e sacrifici il ruolo di manager e che è da sempre in prima linea nella battaglia per l’uguaglianza di genere e che cerca, da tempo, di introdurre nuovi criteri di valutazione che possano far emergere le donne giapponesi in ambito lavorativo.

Pochi potrebbero pensare che un mostro dell’innovazione, quale il Giappone, possa limitare così tanto se stesso per futili chiusure mentali che ostacolano idee di uguaglianza, le quali, nel momento in cui scarseggiano, nel sistema si creano dei buchi, dei vuoti che sono come nei su un bel corpo. Si propone un nuovo motto al paese: non più “Wise mother, good wife” ma “Change or die”. La rigidità non permette innovazione; l’innovazione è apertura alle novità le quali non devono assolutamente eliminare le tradizioni ma congiungersi con essa. Il Giappone deve smettere di essere una realtà tutta maschile.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un'ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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