Forgotten souls

Un edificio immenso che spicca alto tra i territori riarsi del El Salvador, nel Centro America; l’unico carcere femminile del paese si presenta in apparenza come le carceri che si conoscono, che si ritraggono, che vengono riproposte in film, libri, articoli, stereotipi banali e scontati: muri grigi, interni scuri, stanze vuote, le pareti come giganti che opprimono, i soffitti che uccidono i sogni, la luce che non attraversa nulla e che resta ferma, sempre al di là delle sbarre.

Può sembrare tutto ciò, ma non è niente di tutto questo e per Veronica vivere rinchiusa nell’unico centro di internamento per donne della regione, le ha salvato la vita. Ha diciassette anni, da due condivide la stanza con altre sedici carcerate e occorrono altri cinque anni affinché Veronica possa scontare la pena commessa e poter poi cambiare strada, allontanare il suo cammino da quello de Las Pandillas. Potremmo definire quest’ultime come le gang che incontriamo spesso nei film americani che trattano di violenza, di povertà, dei bassi fondi della società, disadorni e analfabeti, nei quali queste bande di strada, con idee disordinate, simboleggiano la ribellione, la prepotenza, la presunzione. Ma che nella realtà sudamericana, oltre lo sketch cinematografico dunque, rappresentano una vera emergenza sociale (forse una delle più vere) in buona parte dell’America Latina. Subiscono le stesse persecuzioni, commettono i delitti peggiori però, a differenza degli uomini, le donne non hanno la possibilità di essere considerate parte dell’insieme: solamente oggetti di desiderio e di perfetta vendetta, bersagli facili da attaccare per colpire la pandilla rivale.

Furono i compagni di scuola ad avvicinare Veronica alla banda di San Vincente, dove viveva. Era ribelle e attraente rincorrersi, stare sempre per strada con i propri amici ed essere temuti. Oggi sconta una condanna per omicidio con aggravante, insieme ad altre settantuno ragazze tra i tredici e i venticinque anni. Se potesse tornare indietro nel tempo, scavare nel passato e cambiare qualcosa, lo eviterebbe. Per lei il carcere ha rappresentato un sollievo, una sorta di balsamo che allevia il nodo che si fissa nel pettine e blocca il movimento, la libertà di muoversi come si vorrebbe.

Il 95% delle donne presenti nella struttura mancano di una referenza paterna e materna e molte di loro vengono da una vita di prostituzione. L’obbiettivo primo dell’internamento è recuperare la parte di infanzia persa, che fu assediata dalla violenza: scolarizzazione, appoggio psicologico e una formazione professionale. Abituarsi a questa vita è dura: nessuno sa abituarsi a vivere entro quattro pareti. Lontane dalla famiglia, scoprono che in questi spazi non possono contare su nessuno perché nessuno giustifica il loro errore, ma tutti le aiutano e tutte loro abbracciano la possibilità di riemergere dal buio nel quale precipitarono.

Il carcere di El Salvador è dunque tutto questo: le stanze sono ampie, con una successione di letti appoggiati alle pareti. In alcune c’è una televisione accesa, in altre il silenzio. Quando è ora di pranzo le donne abbandonano le loro camere e il loro odore, quello dei muri, delle stanze pulite si perde e si confonde con il profumo del riso bianco, del pollo, dei fagioli. Finito il pranzo tornano nelle loro stanze, seguono corsi di formazione, la loro arma principale (forse l’unica) per non essere delle anime dimenticate, nonostante i troppi fallimenti, i numerosi compromessi. Alle cinque della sera si cena, si chiuderanno poi le porte di ogni singolo locale e a poche ore da lì, si spegneranno le luci. Così, Veronica e le sue compagne, avranno trascorso, vive, un giorno in più nel secondo paese più violento del mondo.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un'ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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