Giudizi sintetici a priori sulla Milano di Expo e della Pietà Rondanini

Toglie il fiato Milano, appena scendi dal treno: immersa nei suoi umidi 36 gradi, ordinatamente bella, a cominciare dalla centenaria Galleria delle Carrozze, forvia, del visitatore, ogni possibile aspettativa.

Bastano quattro giorni per avere un buon quadro della Milano cosmopolita, quest’anno anche “expositrice culturale”. Non ha certo bisogno della Fiera per garantirsi l’ordinario afflusso turistico, eppure le maggiori attrazioni sembrano destare – con la sola esclusione del Duomo – poco interesse in questi giorni: lo splendido Museo del Novecento adiacente al lato destro della cattedrale, inaugurato nel 2010, serba una desolazione atipica e indegna per le opere che vi sono all’interno: dall’eccelso Kandinskij, passando per gli Stati d’animo del Boccioni, o ancora per l’incompreso e incomprensibile Morandi, giungendo finalmente alle neoavanguardie lombarde, sapientemente rappresentate dal Boschi e dalla consorte Di Stefano, il museo, in qualche sporadico caso, invoglia più dell’affollatissimo luogo di culto.

A sottolineare l’eccezionalità dell’evento internazionale c’è il surplus da pagare se si vuole raggiungere in metro i padiglioni. Il costo del biglietto copulativo, area urbana+extraurbana, andata e ritorno (Metro 1, linea rossa) è di € 5,00 : “limite tariffa urbana”, questo il nome delle milanesi Colonne d’Ercole, il confine verso l’orbe sconosciuto, oltre il quale ci si imbatte, dunque, nel tanto ambito EXPO (il cui notissimo logo si deve ad Andrea Puppa, giovane architetto e designer, vincitore tra altri 699 progettisti).

Una grande cassettiera in legno fa da ingresso monumentale, una sorta di archivio del mondo 21x50m, di grande impatto sull’ospite nel padiglione Divinus Halitus Terrae (o semplicemente padiglione zero, di Davide Rampello). Attraversati gli archi della cassettiera, ci si volta di 180° per guardare la proiezione ininterrotta (16’ in esecuzione continua) di Martone sulle “arti dell’uomo”: scene di caccia, pesca e altre pratiche si sussistenza in epoca ancestrale fanno da rito iniziatico alla volta della fiera.

Expo Milano 1

Sviluppandosi sui due assi del Cardo e del Decumano, con una tipica pianta romana, il villaggio espositivo alterna ai singoli padiglioni nazionali, delle macroaree compartecipate, i cosiddetti clusters (riso, cacao e cioccolato, caffè, frutta e legumi, spezie, cereali e tuberi, bio-mediterraneo, isole mare e cibo, zone aride), nei quali si ha più la sensazione di attraversare esercizi autorizzati di comuni venditori ambulanti, stanchi delle solite spiagge. L’impressione non è affatto positiva. Ci si aspetterebbero magari informazioni pratiche sulla coltura dei suddetti prodotti nei paesi interessati, o lo sviluppo che ne potrebbe derivare se solo fossero apportate o potenziate tecniche agricole avanzate, invece si entra e si esce da bazar pressappoco uguali, alcuni tristemente arredati da monili che poco c’entrano col tema in questione, e se ne conserva un ricordo sbiadito già dopo pochi giorni dalla visita.

Dura ammetterlo ma il padiglione che meglio si ricorda è quello dell’austera Germania. “Fields of ideas”: così è stato intitolato il percorso supertecnologico e avvenieristico affidato dalla Fiera di Francoforte al gruppo di lavoro “Deutscher Pavillon Expo 2015 Mailand” (ARGE), su incarico del Ministero federale dell’Economia e dell’Energia. Muniti di un cartoncino pieghevole interattivo (“SeedBoard”), si coopera su tavoli dotati di informazioni multimediali che sottolineano l’importanza del suolo, dell’acqua, del clima e della biodiversità. L’approccio che si ha col materiale esposto è attivo, pertanto l’intento è quello di contribuire fin da subito al leitmovit “Feeding the Planet, Energy for Life”. Il padiglione riserva inoltre anche un momento – per così dire – genuino, per la conoscenza approfondita di prodotti assolutamente naturali e di primaria importanza nella dieta alimentare, come il latte o il miele. A dimostrazione che il contributo tedesco a Expo non è solo meramente tecnologico, e che conserva invece una certa rusticità naturalistica, il gran finale “Be(e)active”, momento di intrattenimento musicale col semplice ausilio di una chitarra e dei cartoncini dei visitatori.

Il caldo non si combatte in fiera. Non c’è rimedio che tenga. Nemmeno il gelato Algida, Official Ice Cream partner, può: inutile riservarle un intero stand e millanta chioschetti itineranti. Solo il gusto esotico “Expo” di Rigoletto refrigera!

E il padiglione Italia? Sarà che il “made in Italy” ormai è una costante, specialmente quando si parla di verde e cucina, ma l’organizzazione era assolutamente prevedibile: ambientato sul Cardo, il percorso si articola per territori, filiere, agroalimentare e eventi internazionali. Dalla Coldiretti al Palazzo Italia gli unici momenti di impegno culturale sono la casa dell’Unione Europea (simpatica la storia animata di Sylvia e Alex) e il museo del Palazzo. Sul braccio sinistro del Cardo si erge l’Albero della Vita, ispirato al disegno michelangiolesco della pavimentazione di Piazza Campidoglio a Roma. Chissà cos’avrebbe pensato il “divino” Michelangelo riguardo la floreale creazione artistica. Chissà se avrebbe gradito l’omaggio.

Di certo l’eco della sua genialità compositiva non ha bisogno di evocazioni vaghe e discutibilmente riuscite. Non qui, non a Milano. Soprattutto ora che l’immensa bellezza della Pietà Rondanini trova un nuovo spazio, adibito alla sua presenza esclusiva, all’interno del Palazzo Sforzesco. Paradossale atto estremo di amore quello del Figlio morto che cinge all’indietro le gambe della Madre piangente e questa che ne sorregge le spalle, indisposta alla rassegnazione: l’artista abbandona il progetto iniziale di perfetta verosimiglianza anatomica (vedasi il braccio “monco” a sinistra della scultura o le gambe del Cristo), ricerca costante della sua produzione, come a voler parlare di una perfezione nascosta altrove. I corpi risentono quasi di una svogliatezza mai registrata prima. I lineamenti appena abbozzati, la posizione scomposta e inusuale, la pochezza delle mani, elemento imprescindibile dall’arte michelangiolesca attentano fortemente alla credulità dell’osservatore all’attribuzione effettiva dell’opera. Eppure il Divino Michelangelo non poteva che suggellare così la propria crescita spirituale. L’incompiuto riempie lo spazio molto più di quanto potrebbe il volume marmoreo, forse per la prima e ultima volta nella vita, l’artista crea per se stesso e non per un’esigenza esterna. Pregno di infinitudine, l’impulso espressivo ha prevalso sull’equilibrio di matrice classica e ha distorto i canoni tipici della scultura.

C’è chi pensa che la Pietà Rondanini, nonostante la firma sulla base, sia di dubbia attribuzione. Certo è che l’opera ha poco a che fare con l’omonima vaticana. Tuttavia, se l’effettiva inversione non è un falso, Michelangelo ha scelto il momento più drammatico della storia dell’umanità per calare la maschera, e ciò ne testimonia la magnificenza dell’animo, oltre che dell’intelletto. Viaggiando nel tempo per circa cinque secoli, Michelangelo probabilmente si sarebbe sentito a proprio agio all’Esposizione universale dell’incompleto. E sarebbe riuscito persino a vedervi una pienezza fatta dell’umana impossibilità di perfezione.

Giorgia Giordani



RedazioneWT

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