Le parole di Shaheen

Shaheen Poya ha ventiquattro anni, è afgana della provincia di Herat. Fa la giornalista freelance in un paese in cui la maggior parte delle donne è analfabeta, non ha diritti e rischia la pelle. Ma Shaheen ha deciso di scendere in campo e smascherare così l’annebbiamento che circonda le vite delle donne entro questi confini.

Il mondo che viene impartito quando si è bambini è disposto intorno a coordinate fisse e categorie precise, si mantiene la sostanza e le nozioni neutre sono escluse. Shaheen, la sua voglia di dire, di raccontare parte dalla ribellione verso questo mondo cristallizzato in concetti essenziali e lo fa smentendolo. Fin da bambina non le riusciva altro che vedere chiaroscuri, ma quando tentava di afferrare queste sfumature indecise era obbligata a servirsi delle parole e si trovava rigettata nel mondo dei concetti dai duri contorni.

Shaheen sa di essere fortunata. Suo padre e sua madre le hanno permesso di andare a scuola e inseguire i suoi sogni; la sua ricerca di parole più complete per fissare nozioni ed esperienze “policromatiche” fu possibile anche grazie ai suoi genitori. Sotto il potere talebano scappò in Pakistan con la famiglia. Caduto il regime, tornò indietro. Nella provincia di Herat frequentò le superiori e l’università. Fu selezionata insieme a cinque colleghi per un corso di formazione in Italia nell’ambito del progetto “Women to be”, voluto dall’Università Cattolica di Milano e quella di Herat. Trascorse un mese, tra Roma e Milano, nelle principali redazioni nazionali, per imparare a usare la telecamera e fare un reportage: nell’università di Shaheen non c’erano strumenti. Chiese in seguito di entrare nella redazione di un giornale ma fu impossibile perché si assumono per lo più uomini, se sbagli ti licenziano e la stampa ha il bavaglio: non si può attaccare il governo. Oggi Shaheen lavora per diverse organizzazioni umanitarie non governative, di frequente si sposta nella provincia di Kabul e di Farah, oltre le città, visita i villaggi di campagna, i più pericolosi, riceve minacce senza sosta.

Nonostante gli ostacoli, le parole di Shaheen si rincorrono veloci come un treno. Con la parola denuncia gli abusi sulle donne, quelle stuprate, picchiate, quelle che si bruciano le mani e il volto in segno di protesta. Entra in casa loro, le intervista, gira dei video e fotografa. Una frase non basta, non può una singola espressione linguistica significativa cambiare le cose; ma può far male. E questa donna con gli occhi neri come la notte ce la mette tutta, si assume il rischio di morire, non gliela da vinta e parla alle donne, dice loro di non smettere di credere, dice loro che nonostante sia dura, che purtroppo nel mondo in cui vivono le tiene sveglie la paura, devono digrignare i denti e far fronte a tutto questo, per avere una vita più meritevole e smetterla di tremare il giorno e la notte, l’unica azione che sembra possibile, l’unica cosa che viene loro permessa.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un'ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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