Il fantasma del terrore passa in Turchia, nuovo confine tra Occidente ed Oriente

L’attentato contro dei giovani attivisti che si preparavano a partire per prendere parte alla ricostruzione di Kobane, cittadina al confine tra Siria e Turchia, ha sconvolto una comunità, quella curda che si sta riorganizzando intorno al partito di riferimento, l’hdp, e tutti coloro che, attraverso le immagini della strage o le foto dei giovani ragazzi, si sono avvicinati emotivamente subito dopo. Il numero dei feriti si attesta sul centinaio, le vittime identificate sono trentuno, più quello che dovrebbe essere l’attentatore. I dubbi sono molti: c’è chi ipotizza che l’esplosivo possa essere stato nascosto in zaini o ceste e chi crede nell’attacco suicida, al momento più probabile. Se, come verificato, l’attentatore indossava vestiti femminili ed un velo integrale per passare inosservato, rimane da definire la sua identità. Tutto sembra portare verso un ragazzo di circa vent’anni,di origine turca, entrato nell’orbita di reclutatori jihadisti, che era stato inizialmente confuso con una diciottenne presente sul territorio e riconducibile allo Stato Islamico.
All’interno del caos investigativo e politico, ciò che appare certo (con un margine di errore) è proprio la matrice terroristica dei miliziani del califfato; appena pochi giorni fa, infatti, il governo turco aveva bloccato il passaggio degli islamisti all’interno dei loro confini, promettendo maggiori controlli. Diversi gruppi terroristici avevano minacciato vendetta. In più, la spedizione che si preparava a partire dal centro culturale dove è avvenuto l’attacco era sostenuta dai giovani socialisti della SGDF e si poneva come “responsabile” e “pacifista”; aveva insomma lo scopo di contrastare, seppure con la non-violenza e la cooperazione, i disegni criminali delle bandiere nere.
In questo contesto si inserisce la posizione ambigua dell’akp, il partito di Erdogan, il quale, pur rivendicando i  progressi nella lotta al terrorismo, ha scelto di non intervenire militarmente contro i miliziani, alle prese con i tentativi di conquista della Siria (peraltro estremamente improbabili), e di non intervenire socialmente a favore delle minoranze curde. Nel paese c’è addirittura chi sostiene che una eventuale caduta del regime siriano targato Assad per mano dell’IS, non dispiacerebbe affatto all’attuale classe dirigente turca, anzi: le accuse sono quelle di una vera e propria connivenza, un tacito consenso nei confronti degli estremisti islamici.
Dal punto di vista socio-culturale, questo attentato è un segnale importantissimo, che non può essere ignorato: la parte più consistente dell’odio che costituisce la spina dorsale del sedicente califfato è rivolta verso l’Occidente, la western way of life, verso la dissoluzione dei valori di cui, volente o nolente, si fa portatore il capitalismo. Ecco perché, più che una rivoluzione, la rivendicata autonomia dei musulmani più “estremisti”, che trova compimento nello Stato islamico, è una Resistenza. È la resistenza culturale islamica contro il capitalismo che si è organizzata militarmente. Chi sostiene che si tratta di una deriva religiosa non ha chiara la portata del fenomeno: questa è una guerra di civiltà, capitalismo contro islam. Che poi una parte consistente, la larghissima maggioranza, dei musulmani sposi il modello di vita “occidentale”, totalmente o parzialmente, è solo un aspetto secondario nel ragionamento, ma è l’unico significato possibile dell’attentato in Turchia. Il jihad duro e puro non concede ripensamenti, non accetta moderazione; colpisce occidentali e musulmani occidentalizzati. Le esecuzioni con la casacca arancione, per ricordare le divise dei carcerati americani, o con le maglie da calcio delle squadre europee (si intravede la maglia di Messi, di Cristiano Ronaldo, di Nani) hanno questo preciso significato; e non di rado vengono fatte indossare anche a ragazzi islamici, che hanno certamente poco a che fare con l’occidente ma che sognano (sognavano) quel tipo di vita.
Se la Turchia sceglierà di abbandonare l’ambiguità e si schiererà contro il terrore, automaticamente sarà considerata, dalle menti paranoiche dei combattenti, come “occidentale”, diventerà il nuovo confine tra due “modelli”. Se questo avverrà, questo cambiamento , arrivato dopo l’ennesima carneficina, sarà figlio della paura e non della scelta razionale. Ancora una volta, l’occidente è arrivato troppo tardi.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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