La scommessa dell’Occidente con l’Iran (1/2)

L’accordo sul nucleare tra l’Iran ed il cosiddetto 5+1 – i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ovvero Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia e Cina, più la Germania – è in dirittura d’arrivo: l’annuncio è di martedì 14 luglio, adesso starà ai parlamenti dei singoli Paesi ratificarlo; non è così semplice come potrebbe sembrare. Soprattutto perché il testo dell’accordo siglato a Vienna prevede oltre cento pagine e presenta diverse ambiguità: la questione principale riguarda le verifiche e la fiducia richiesta dalla Repubblica islamica d’Iran. Se, infatti, il primo obiettivo, quello di non permettere a Teheran la fabbricazione di ordigni atomici per i prossimi dieci anni, conservando e convertendo l’uso del nucleare esclusivamente per scopi “civili”, cioè per la produzione di energia o per la ricerca, sembra completamente raggiunto, il secondo, ovvero favorire per almeno venticinque anni ispezioni internazionali nei siti e nelle centrali del paese, garantendo di fatto la prima condizione, è un punto molto debole dell’accordo, è il suo tallone d’Achille.

Le condizioni accettate dall’Iran sono importanti: utilizzo di centrifughe di prima generazione (le cosiddette Ir-1), riduzione dei due terzi delle 19mila centrifughe già presenti per arricchire uranio, riduzione dell’uranio arricchito da 12000 chilogrammi a circa 300, conversione del reattore nucleare di Arak impedendo la produzione di più di un chilogrammo di plutonio all’anno, conversione dell’istallazione sotterranea di Fordow, da molti considerata inaccessibile militarmente (e pertanto poco controllabile), in un centro di ricerca. Dal canto suo, l’Occidente si impegna a ridurre progressivamente le sanzioni economiche e a rimuovere l’embargo sulla vendita di armi.

Per quanto riguarda le verifiche ed i controlli sull’attuazione dei provvedimenti sopra riportati, il governo di Teheran si impegna, attraverso un protocollo addizionale all’accordo, a garantire la possibilità di ispezionare i siti entro 24 giorni dalla richiesta, poiché l’Iran può sollevare riserve su eventuali controlli sottoponendoli ad una corte formata dall’Unione Europea, dal 5+1 e dall’Iran stesso, che si riunirà due settimane dopo la richiesta e deciderà in una settimana; dopodiché gli iraniani si impegnano a garantire l’accesso entro tre giorni. In totale fa 24; ci sentiamo di dire che non è una grande prospettiva di controllo, visti i tempi di procedura che limitano enormemente l’efficacia del “controllo”.

I dubbi sono molti; tuttavia non sbaglia chi sostiene che questo è un accordo storico: storico perché inaugura una nuova stagione di equilibri nel Medio Oriente, un nuovo corso del regime – che con l’apertura all’Occidente tenderà, per forza di cose, ad avvicinare il suo popolo verso una mentalità più aperta – e perché, cosa infinitamente più importante, garantisce nuove e più ampie prospettive all’economia iraniana e dunque ai suoi cittadini. Certo, ci vorranno anni affinché la fine delle sanzioni possa avere effetti tangibili e nel breve periodo sarà la propaganda del regime ad avere la meglio, vantando un ottimo risultato sulla scena internazionale.
Adesso, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrà, entro fine luglio, regolare l’implementazione dell’accordo e garantire l’esistenza di una procedura di ritorno al piano sanzionatorio pre-esistente entro 65 giorni in caso di violazione dell’accordo stesso; il Congresso degli Stati Uniti ha 60 giorni per ratificarlo e, nel 2016, si aprirà la fase più delicata di gestione del risultato, con le elezioni per il rinnovo del Parlamento in Iran (a fine maggio) e le elezioni presidenziali negli States (a novembre).

Per ora, l’impressione è che con questo primo passo prende forma l’idea di una nuova gestione geopolitica mondiale, fondata sulla fiducia reciproca e sullo sviluppo; gli ostacoli sono molti e la strada è lunga: più che una certezza è una speranza; ma non dimentichiamo che, come scriveva il filosofo, “l’inizio è la metà del tutto”.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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