Quel vuoto in cui siamo caduti tutti

Come sempre accade in queste circostanze, dopo la tragedia della fermata Furio Camillo a Roma in cui ha perso la vita un bimbo di 4 anni, cadendo nella tromba di un ascensore bloccato, mentre veniva soccorso, ci sentiamo pervasi da un particolare senso di impotenza, capace di manifestarsi quando il senso comune viene meno, quando gli schemi logici saltano. Quello di giovedì scorso è un incidente sicuramente evitabile ma, purtroppo, non prevedibile; scriverne è faticoso, quando non è banale: ci riesco solo oggi, a qualche giorno di distanza, perché i pensieri che affollano la mente hanno bisogno di prendere forma, le emozioni di essere smaltite ed i fantasmi di uscire fuori.

Immediatamente raggiunto dalla notizia – non è possibile sfuggire alla piovra dell’informazione – mi sono chiesto ‘come’ e ‘perché’; mi è venuta in mente un’altra storia, che non ho vissuto: quella del giovane Alfredino Rampi. Era l’estate del 1981, quando il piccolo Alfredo cadde in un pozzo artesiano profondo circa 80 metri, che era stato aperto in un terreno adiacente alla casa della famiglia Rampi, in zona Vermicino e non era ancora stato terminato né messo in sicurezza.

I fattori in comune sono molti: un protagonista bambino, la caduta, il vuoto sotto i piedi, l’azione della stampa che racconta, testimonia, filtra. Sia nel caso di Alfredino che in quest’ultimo di cronaca – non ce ne vogliano se lo usiamo colpevolmente come esempio – gli occhi del popolo incontrano quelli della morte. Come se il dolore potesse essere condiviso, ci attacchiamo agli schermi (ieri televisori oggi computer) in attesa di ricevere la nostra parte, aspettando la porzione di ‘occulto’ che appaghi la nostra macabra curiosità. Forse fu proprio il caso dell’incidente di Vermicino quello che inaugurò la stagione della partecipazione televisiva (e popolare) alla cronaca nera: la diretta durò 18 ore, fu condotta dal servizio pubblico e coinvolse circa 21 milioni di persone. Iniziò lì quello che qualcuno definisce “un grande reality”, ovvero “la tv del dolore”, che va avanti ancora oggi, puntata per puntata e di cui, purtroppo, abbiamo avuto testimonianza anche lo scorso giovedì; le telecamere e gli obiettivi pronti a filmare tutto, attivi in brevissimo tempo, organizzati come falchi, mai dubbiosi sulla loro funzione tanto siamo abituati: è il pubblico che lo chiede, è il pubblico che ha fame, anche se poi volta lo sguardo e prova imbarazzo davanti ad un ‘sé’ così meschino, così inaspettato.

Ciò che non riesco ad accettare è proprio questo: come è possibile che ciò che entra nel dibattito quotidiano ne esca trasformato, semplificato, diluito? Come è stato possibile abituarci al dolore degli altri? È forse un modo di esorcizzare il nostro? Qui non siamo davanti ad un’analisi, davanti ad un progetto futuro, non stiamo facendo dietrologia sulle colpe o sulle responsabilità (cosa che dovrebbe avvenire nei Tribunali e non nei giornali); qui siamo di fronte al dolore di una madre che ha perso suo figlio, un pezzo della sua stessa vita; ed il dolore non conosce parole capaci di ridurlo, di affievolirlo. Il dolore conosce solo silenzi. Silenzi che non sappiamo più rispettare. Ecco perché, nel vuoto di un pozzo, di un ascensore maledetto, nel vuoto in cui abbiamo immaginato cadere Alfredino e troppi altri volti, troppe altre vite, nel vuoto delle loro famiglie, siamo caduti anche noi. Con la differenza che queste famiglie non lo hanno voluto e forse sapranno perdonarsi, “noi” no. Noi, nel frattempo, ricominceremo a scavare, cercheremo altre storie, mai sazi, saremo di nuovo risucchiati, ancora e poi ancora; è il vuoto del quotidiano; è il vuoto dell’indifferenza mal celata dal chiacchiericcio.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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