Il referendum greco: croce e delizia dell’Unione Europea

Che il referendum greco di ieri potesse rappresentare uno spartiacque nella storia dell’UE è sembrata una convinzione di tanti commentatori politici, più o meno autorevoli, che si sono affrettati ad esprimere opinioni nei giorni scorsi. Onestamente dispiace che alla fine si sia trasformato il tutto in uno scontro tra i sostenitori del Si e i sostenitori del No, in un tifo che, complice anche l’assenza del calcio giocato, ha finito per caratterizzare la prima, calda, domenica di luglio.

Nello specifico, però, la vicenda greca pone due questioni sul tavolo del ragionamento, che rappresentano le due facce della stessa medaglia.

La prima, obiettivamente, ci consegna una pagina bella per il concetto di democrazia, una pagina che, a prescindere dal risultato finale, ci parla dell’autodeterminazione di un popolo, quello greco, che è stato chiamato a scegliere e ad assumersi la completa responsabilità del proprio futuro. Una scelta sicuramente condizionata da anni di crisi profonda che alla fine ha portato la maggioranza dei greci a votare, come avevano fatto del resto già a gennaio scegliendo Tsipras, contro una politica di austerity considerata un peso troppo grande da sopportare. Un peso, però, che è diretta conseguenza delle scelte dei governi greci che si sono succeduti nel corso degli anni, un particolare da non sottovalutare. Come dire, troppo facile prendersela solo con gli altri.

L’altra faccia della medaglia, invece, ci consegna una pagina decisamente brutta per l’Europa. Una pagina che ci parla di nazionalismo e individualismo, due concetti che stridono profondamente con l’idea di insieme. Il referendum, infatti, ha consacrato Tsipras come idolo del popolo greco e dei tanti euroscettici, ma allo stesso tempo ha sancito anche il fallimento, non della deprecabile politica di austerity imposta in questi lunghi anni all’Europa dalle forze politiche conservatrici, ma della politica europea in generale. E si perché abbandonare un tavolo istituzionale che mette insieme i rappresentanti dei vari paesi europei, sbandierando la volontà di difendere gli interessi e la dignità del proprio popolo, sarà un segno indelebile per gli anni avvenire. Pensare che un solo Stato membro possa condizionare le politiche degli altri 28, è un errore madornale sempre e non solo quando si guarda alla Germania. In fondo non è forse questo quello che si rimprovera alla Merkel? Non sarebbe forse giusto adesso fare un referendum in tutti gli altri paesi dell’UE per chiedere alla totalità dei cittadini europei di esprimersi sulla possibilità o meno di salvare la Grecia? Come pensate voterebbe la maggioranza dei giovani, dei pensionati e della classe media italiana dinanzi ad un quesito del genere, dopo i sacrifici strazianti sopportati in questi anni? Io posso dire che voterei a favore del salvataggio della Grecia perché nonostante l’irrilevanza politica del Partito Socialista Europeo e, soprattutto, l’imbarazzo dinanzi ad azioni come la chiusura delle frontiere da parte di chi, come il presidente francese Hollande, avrebbe dovuto per tradizione incarnare l’inizio del cambiamento in Europa, continuo a coltivare il sogno di una federazione di Stati con una politica europea comune, non solo in ambito economico. Ma probabilmente oggi farei parte di una sparuta minoranza. D’altronde se il referendum greco si fosse tenuto in Italia all’epoca del governo Monti, le percentuali del No sarebbero state bulgare. Questo per dire, semplificando, che basta veramente poco a far prevalere gli egoismi nazionali anche in chi magari crede profondamente negli Stati Uniti d’Europa. E se la politica abdica al ruolo di guida di questo processo, allora si, è finita veramente, quel sogno di una politica europea comune ai vari Stati non ha più senso.

In ogni caso, quanto il No del popolo greco influirà sulle politiche dell’Unione Europea lo capiremo concretamente a partire da oggi, visto che il voto di ieri si è limitato a bocciare una proposta di accordo senza prefigurare altri scenari. A tal proposito, il mio professore di Politica economica europea, ripercorrendo la storia dell’UE, ripeteva spesso un concetto fin troppo chiaro: il peso politico asimmetrico dei paesi europei, fa sì che in Europa vi siano referendum che contano e che sicuramente non si possono perdere e referendum che non contano e che, quindi, si possono anche perdere. Dato il peso politico della Grecia, non dovrebbe risultare difficile collocare il referendum di ieri. Ecco perché c’è poco da stare allegri.



Giorgio Zaccagnini

Ventottenne appassionato, giornalista solo per hobby. Almeno per ora. Prima di fondare WalkieTalkie ho scritto due tesi di laurea, la seconda più bella della prima. In cambio ho ricevuto il titolo di dottore in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni. Fortemente condizionato dalla convinzione che la sostanza sia più importante della forma, pratico tutte le mie passioni. Attivista politico e tifoso laziale, parteggio. Sempre.

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