Il referendum greco e i rischi per la democrazia

Il titolo di questo pezzo potrebbe suonare paradossale, ma tranquilli, non c’è nessun paradosso da sciogliere. Troppo spesso è stato dato per scontato che l’espressione della volontà popolare sia condizione sufficiente per avere una democrazia: la gente vota, quindi siamo di fronte a un atto o a un governo democratico. Falso. Tanto per fare un esempio, Saddam Hussein durante il suo regime, e come lui tanti altri dittatori della storia recente e contemporanea, portò al voto gli iracheni più di una volta, eppure non passerà di certo alla storia come un campione democratico. Oppure potremmo citare il controverso referendum del Donbass, in Ucraina, che fatti salvi i brogli elettorali ebbe un’affluenza notevole, ma, a detta di molti, di democratico ebbe ben poco.

Perché? Appunto perché non basta che la gente voti per avere un voto realmente democratico: ci vuole altro. Ci vuole un’informazione il più limpida, onesta e pluralista possibile. C’è bisogno di un dibattito serio, a livello politico e nella società, in cui tutte le posizioni o quasi possano essere conosciute e dibattute. Nel caso dei referendum, poi, c’è bisogno di un quesito chiaro, il più semplice possibile, affinché chi è chiamato a votare sappia perfettamente cosa gli si chiede di decidere, qual è il significato del suo voto e l’effetto che questo produrrà successivamente. E altro ancora.

Insomma ci sono una serie di requisiti da rispettare, ma non per zelo o per feticismo delle procedure, ma perché la democrazia contemporanea, quella di massa, quella rappresentativa, ha i suoi tempi, i suoi limiti, le sue garanzie. La democrazia non è un dato di fatto, non è naturale, non è scontata. È un meccanismo, è una costruzione imperfetta e perfettibile, che se non segue certe procedure rischia di incepparsi. E oggi, in questi giorni, abbiamo di fronte agli occhi un chiaro esempio di quali rischi possa correre una democrazia malintesa e strattonata: la Grecia di Tsipras e il referendum indetto pochi giorni fa.

Senza entrare nel merito del Sì, del No, delle responsabilità di questa situazione, del rischio default, c’è un aspetto di questa tragica vicenda che tuttavia non è stato affrontato in maniera seria e rimanda a tutto il discorso precedente: la natura del referendum annunciato dal governo greco. Giusto o sbagliato indirlo? Non è questo il punto. Il punto è: si tratterà di un momento autenticamente democratico o di qualcos’altro? Onestamente propenderei per la seconda opzione, per svariati motivi.

Per prima cosa, il quesito referendario, a quanto si legge sulla stampa in questi giorni, non riguarderà l’ultima proposta fatta alla Grecia dalla Commissione Europea, ma un’altra, la precedente. Seconda questione, il referendum si è trasformato, nell’arco di poche ore, da un voto sulla proposta di accordo della Commissione Juncker a un referendum sulla possibilità di un’uscita dall’Euro. Terzo aspetto, Varoufakis, il celebre ministro dell’Economia ellenico, pare abbia affermato che se dovessero arrivare proposte accettabili, dal loro punto di vista, allora il governo inviterebbe i propri cittadini a votare “Sì” piuttosto che “No”. Tradotto: da un voto sull’ultima proposta della commissione Juncker (e pare che già non sia questo il quesito) i greci sarebbero chiamati a votare un quesito che però rimanderebbe a un altro accordo ancora. Tutto questo, e questo è il quarto punto, con una consultazione annunciata e indetta nell’arco di pochissimi giorni, la cui realizzazione pare ancora non del tutto scontata.

Insomma i greci, se si andrà a votare domenica prossima, dovranno: andare ai seggi dopo una campagna referendaria di pochi giorni; aver metabolizzato un accordo di natura economico-finanziaria che tuttavia non è precisamente l’oggetto della rottura tra Atene e FMI, BCE e UE; trovarsi appesi a una situazione che cambia di ora in ora, modificando quindi l’oggetto del dibattito; votare non sapendo cosa comporterà il loro voto (Si vota sull’accordo? Quale accordo? Oppure si vota sulla permanenza dell’Eurozona? E il governo cosa farà del risultato?). Ora riprendete i punti affrontati all’inizio dell’articolo e tirate le vostre conclusioni.

Le mie sono che questa situazione, di cui il referendum è l’elemento più evidente, abbia ben poco di democratico e molto di demagogico. Siamo di fronte a una vicenda che ci presenta in tutta la sua brutalità e caoticità le conseguenze a cui va incontro una democrazia quando questa imbocca due strade: la prima è quella di una democrazia irresponsabile a livello economico, che spende e spande, costruendo un apparato insostenibile e pachidermico rispetto alle reali capacità economiche della società e al contesto economico internazionale; la seconda è quella di un regime democratico che, magari in nome di una sbagliata concezione dei principi che lo sorreggono, deraglia dalle sue lente, magari macchinose, procedure e garanzie, diventando preda di spregiudicati populisti.

Ci sarà qualche anima bella, anzi c’è sicuramente, che vedrà in tutta questa situazione una corretta riscossa democratica (ovviamente) dei poveri, del popolo, degli sfruttati, tirando fuori chissà quali relitti ideologici rispolverati per l’occasione. Ma per quanto mi riguarda, come si sarà capito, credo che la situazione sia ben diversa e ben più complicata.

E, purtroppo, ho paura che non riguardi soltanto la povera Grecia.



Giuseppe Carteny

Laureato in Scienze di Governo, chitarrista liberale e aspirante politologo rock. O quantomeno blues. Militante di me stesso, per due anni attivista di Fare per Fermare il Declino. Ex membro della Direzione Regionale del Lazio ed ex membro della Direzione Nazionale del partito. Fondatore del sito collettivo Immoderati.it, collaboro con Geopolitica.info e TheFielder.net.

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