La libertà d’espressione dopo Charlie Hebdo

Sono passati circa 5 mesi dalla manifestazione dell’undici gennaio, attraverso la quale il popolo francese ha espresso solidarietà alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, trasformandolo in un simbolo di unità nazionale, talvolta anche senza considerare l’ideologia alla base della sua ironia politicamente scorretta e provocatoria. La campagna mediatica ha investito rapidamente tutte le fasce della popolazione occidentale, convincendoci che la libertà d’espressione non può e non deve essere sacrificabile di fronte alla paura ed al terrorismo. Soltanto dopo qualche settimana, sbollita la rabbia e la frustrazione, complici le nuove pubblicazioni del settimanale (la tiratura prima dell’attentato era di 65000 copie – la prima uscita dopo l’attentato ha venduto 3 milioni di copie, più due ristampe), l’opinione pubblica ha iniziato a capire di che tipo di satira si trattasse, mostrandosi piuttosto turbata. Questa ‘agitazione’ è stata prontamente interpretata da Papa Francesco con la celebre frase pronunciata in aereo, riassumibile in un “se offendi mia madre devi aspettarti un pugno”.

Ma allora, libertà d’espressione sì o no? Fino a un certo punto? Che senso ha oggi, due giorni dopo un attacco terroristico che in Tunisia ha fatto 27 morti (in Francia furono 17 totali), parlare di libertà d’espressione? E soprattutto, che senso hanno le copertine platinate e gli hashtag; che senso ha l’indignazione se causata da un senso d’impotenza quotidiano ma non è sostenuta da nessuna riflessione né da nessun affermarsi concreto?

Semplicemente, il movimento ‘pro Charlie’ è nato come fenomeno di reazione rispetto ad un attacco, ad una ‘lesa maestà’ e non con la volontà disinteressata di affermare un diritto dell’individuo; in realtà, vige da anni un disinteresse generale nei confronti della libertà d’espressione e le manifestazioni recenti non sono altro che la coda velenosa dello scorpione, un pallido alibi per la propria meschinità. A testimonianza di questo, ricordiamo il processo contro Michel Houllebecq, promosso da alcune associazioni musulmane, per il libro “Piattaforma” (2002), nel quale l’autore immaginava un attacco terroristico contro un resort thailandese; quasi una profezia, considerato che il copione si è ripetuto più volte in varie parti del mondo (ora Indonesia, ora Egitto, l’ultima in Tunisia). Houllebecq fu assolto ed è tornato a parlare di Islam nel suo ultimo romanzo, “Sottomissione”, dipingendo e rappresentando la Francia del futuro, governata dal primo presidente musulmano e ripercorrendo la sua progressiva “sottomissione” alla religione venuta dall’Oriente.

Se veramente la libertà d’espressione fosse garantita tout court, se fosse cambiato qualcosa dopo la strage di Charlie Hebdo, oggi non sarebbe in atto nessun processo contro nessun giornalista, con l’omertà ed il silenzio a fare da sfondo. Il caso è quello di Eric Zemmour, giornalista di ‘Le Figaro’, più volte schieratosi contro “la femminilizzazione della società”, contro l’immigrazione, il multiculturalismo e la globalizzazione. Zemmour è accusato da cinque parti civili, tra cui il “movimento contro il razzismo e per l’amicizia fra i popoli” (MRAP) francese, per la frase in cui affermava che “le grandi invasioni dopo la caduta di Roma sono state sostituite da bande di kosovari, ceceni, zingari, africani”; si è difeso affermando che il suo “è un processo politico. Il mio lavoro è quello di dire la verità. Non sono un’assistente sociale.”

Va bene la convivenza sociale e la libertà di religione, va bene la difesa virtuale dei nostri diritti e vanno bene le citazioni volterriane (“non sono d’accordo con te” eccetera eccetera); ma la realtà è un’altra cosa e dobbiamo farci i conti affermando la libertà di esprimersi anche quando le verità o le opinioni sono ‘scomode’.
Forse è il caso di iniziare a ragionarci, no?



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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