Perché l’integrazione non è solo un problema politico

Come troppo spesso succede, la componente giudiziaria anticipa ed evidenzia un problema che la politica aveva taciuto. L’inchiesta stramediatica “mafia capitale” e la cattura dei due rom che erano alla guida quando hanno ignorato l’alt delle forze dell’ordine e investito sette persone, impongono una riflessione che non può essere soltanto politica; gli aspetti in gioco sono tre (escludendo quello giudiziario che non compete alla stampa): la questione politica, il suo risvolto sociale, l’evoluzione storico-culturale del Paese che è, ovviamente, determinata dai primi due.

Andiamo con ordine: la consapevolezza che l’immigrazione sia stata sfruttata come un business mafioso, più che alla prevedibile retorica anti-mafiosa, anti-politica (assolutamente comprensibile, ma anche in questo caso non di competenza della stampa), ci porta inevitabilmente a considerare l’ambigua oscurità in cui viene organizzata l’accoglienza; è evidente che, trattandosi di temi sensibili al giudizio dell’opinione pubblica, qualsiasi politico intelligente (o comunque attento all’elettorato) preferisca far passare l’argomento sottotraccia o, dove possibile, limitarsi all’indifferenza di un “non abbiamo posto per l’accoglienza”. Ma questa reticenza a trattare l’immigrazione come un qualsiasi tema politico, che prevede un confronto con tutte le forze di rappresentanza in gioco e con i cittadini stessi, non è e non può essere voluta; piuttosto possiamo dire che sia causata dal fatto che si tratta di un problema essenzialmente senza soluzioni a breve termine e sul quale si è consolidata l’impalcatura dello sciacallaggio, ovvero dell’opposizione fine a sé stessa. In parole povere, chi governa e si trova a fronteggiare il problema immigrazione preferisce farlo silenziosamente per l’aggressione a cui è, ingiustamente, esposto; di contro, il rovescio della medaglia è l’esasperazione del tema giudiziario per la quale basta una presunzione di colpevolezza ad autorizzare il linciaggio mediatico e la “caccia all’untore 2.0”.

In tutto questo caotico svolgimento della macchina statale, che sovente rimane ingolfata o intrappolata nel traffico, la situazione è incontrollata ed incontrollabile; la dimostrazione dell’assistenzialismo e del provvidenzialismo in cui sta affogando la nostra governance, non molto lontana dai nostri occhi, è nell’esistenza stessa dei campi rom: in origine pensati come una soluzione temporanea, si sono lentamente trasformati, sotto gli occhi complici di cittadini ed istituzioni, in contenitori di un popolo e di una cultura che non può essere ingabbiata, che ha nel nomadismo la sua stessa definizione ontologica. C’è poco da astrarre il contesto o da analizzare: nessun nomade (che applichi questa definizione) può riconoscersi nella democrazia o nella società occidentale che di per sé prevede una residenza, un nucleo familiare definito che paga tasse e contribuiti, dei servizi, ecc. Il paradosso risiede nel fatto che la cultura occidentale, con cui la presenza stessa del nomade non è compatibile, per negarne l’esistenza (e cioè per aprire la bocca ed urlare “Ruspa!”, ad esempio) e per contrastarla nega sé stessa ed il suo scopo, ovvero il benessere comune di ogni abitante dello Stato (nel momento in cui si “ospitano” in una baraccopoli implicitamente sono ‘abitanti’ in Italia). Quest’ultimo aspetto è il problema sociale, ovvero il censimento e l’integrazione di questi gruppi.

Allargando ancora di più il campo visivo, è possibile rendersi conto che il fenomeno rom ed il fenomeno immigrazione affondano le radici non solo nell’economia o nella politica ma anche in un’idea dell’Occidente o dell’Europa disposti all’accoglienza ed ad una spesa ingente per l’aiuto di queste persone. Sia “mafia capitale” che la situazione dei ‘campi rom’ pubblicizzano questa tesi; rimane solo da capire se vogliamo confermarla chiudendo gli occhi, o smentirla, mettendo per un attimo da parte il buonismo che annacqua la democrazia e la paralizza.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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