Accordi e disaccordi

Accordi e disaccordi

Regia: Woody Allen
Interpreti: Sean Penn, Samantha Morton, Uma Thurman, Anthony LaPaglia, Grethcen Mol, Woody Allen
Genere: commedia
Anno: 1999
Durata: 180 minuti

Per noi ragazzi degli anni ’90 il nome di Woody Allen è associato a film altisonanti come i recentissimi “Midnight in Paris”, “Vicky Cristina Barcellona”, “To Rome with Love” e “Match Point”. Ma spulciando nella sua cinematografia, non possiamo non imbatterci in questa piccola ma meravigliosa opera d’arte, che altro non è che “Accordi e disaccordi”, rimanendo incantati e incollati allo schermo per i suoi 180 minuti di durata.

La passione e il fascino che gli anni ’30 esercitano su Allen non sono più un mistero, l’amore per la musica dell’epoca viene spesso camuffata e utilizzata come colonna sonora, qui la musica trasportante del jazz di quest’epoca d’oro non è più un contorno nel menù della pellicola, ma la prima portata assolutamente protagonista, servendo come seconda portata la follia artistica.

Già soltanto il titolo potrebbe bastare per comprendere la trama, una vera e proprio ambivalenza, dove per accordi si rende omaggio alle grandi armonie musicali che vengono offerte, mentre i disaccordi sono la costante umana giornaliera, sintomo e malattia di disarmonie esistenziali.

Le ultime “prede” musicali riprodotte al cinema dall’immortale regista sono state Cole Porter (Midnight in Paris) e Ruggero Leoncavallo (To Rome with Love). “Accordi e Disaccordi” diventa il palco del personaggio fittizio di Emmet Ray, interpretato da Sean Penn, un uomo che come la maggior parte dei protagonisti di Woody Allen vive in una costante altalena di genio e sregolatezza. Ray è considerato come il secondo miglior chitarrista del mondo, seconda posizione che non fa altro che renderlo completamente schiavo e dipendente del genio del suo antagonista, che compare nel film solo in forma onirica, Django Reinhardt, lui si personaggio realmente esistito.

La sregolatezza di Ray è raccontata minuziosamente, la cronologia che segue il film è proprio quella della sua follia, follia che sfocia in donne, alcool e viaggi incomprensibili degni del miglior Jack Kerouac.

Anche lo storytelling è molto originale, unico e mai riutilizzato successivamente, basato sulla tecnica del “falso documentario”, dove anche lo stesso Allen, così desideroso di incidere maggiormente sulla pellicola, compare. Così, il film non diventa altro che un grande omaggio a un grande artista che mai è esistito, ma che rappresenta tanti di noi oggi, dove il grande genio non riesce a convivere con una vita adeguata, e chissà se non fosse proprio questo il messaggio che il regista vuole mandarci: la genialità non può convivere con la regolarità, essendo nutrita e alimentata continuamente dai nostri sentimenti che di regolare hanno ben poco, viaggiando insieme sullo stesso binario. Il Genio quindi, non sarà mai una persona che avremo per sempre affianco, ma un compagno effimero, le cui gesta rimarranno per sempre nelle nostre memorie, i nostri ricordi saranno la testimonianza della sua grandezza. Altro non ci rimarrà alla fine del nostro viaggio che ringraziare il destino di aver potuto ammirare questo “treno” passare.

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Antonio Cesare

Ventunenne laureato in Mediazione Linguistica. La mia più grande aspirazione è di far conoscere tutto ciò che di fenomenale rimane nell'ombra.

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