La culla dell’anarchia non è una vetrina spaccata: lettera ai ragazzi di Milano

C’è voluto qualche giorno per venire a capo del ragionamento, mai semplice da condurre considerate le reazioni che ha scatenato, sui fatti di Milano (accennati superficialmente – mea culpa – nell’editoriale di domenica) e su quello che possono significare.

Guardando e riguardando i filmati, ho notato diversi manifestanti firmare con la “A” cerchiata, simbolo dell’anarchia da Proudhon in poi (deriva dalla frase attribuitagli “Anarchia è Ordine” dalla quale riprende la “A” e la “O”). Certamente nessuno tra i manifestanti coglieva il significato del termine “ordine”, ma forse nemmeno della – meravigliosa e terribile – parola “anarchia”: etimologicamente deriva dal greco, “senza principe”, “senza governo”, “senza potere”, a seconda delle interpretazioni storiche e filosofiche. Ha conosciuto col tempo diversi teorici che hanno provato a sedurla e diverse forme che hanno provato a contenerla. È sempre fuggita. Perlomeno, fino a venerdì scorso, quando qualche inconsapevole giovinotto l’ha inchiodata su un muro.

Senza cedere alla tentazione di credere ai complottismi per i quali sarebbe stata la politica, in qualche sua indefinita forma, ad “armare la mano dei black bloc”, a tenere in mano i fili dell’opposizione violenta alla violenza del sistema, va detto che la piazza e gli incappucciati rappresentavano un “potere” vero e proprio, contrapposto a quello istituzionale, dello Stato e delle sue divise. Per questo motivo non possono essere considerati anarchici, per questo hanno intrappolato l’anarchia in una felpa nera che va stretta alla definizione, in un gioco a cui effettivamente hanno giocato poco (ragazzo mio, ricordi?) e che non ha prodotto risultati se non quello – paradossale ma non troppo – di contribuire alla cementificazione del melmoso status quo contro cui (hanno la presunzione di affermare) si sarebbero mossi.
Quando Battiato cantava “le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso”, probabilmente, non aveva ancora idea del declino che aspettava la figura del “manifestante”: venerdì le barricate c’erano, ma i (seppure falsi) miti di progresso non si sono visti; non c’era un solo legame tra la manifestazione civile contro l’esposizione milanese e la devastazione di una città inerme. Il deserto della protesta.

Inoltre, l’adozione di tecniche militari, fronteggiate con sapienza da Poliziotti e Carabinieri, costretti a non caricare per non coinvolgere nello scontro coloro che erano lì semplicemente per il corteo, ha inaugurato il dibattito su quello che verrà: le forze dell’ordine continueranno in questa strategia, sacrificando attività e proprietà private che gli antagonisti trovano sul loro percorso, aspettando che questi si stanchino, oppure torneranno alle vecchie strategie nel timore che le ultime scelte possano essere scambiate per arrendevolezza? Considerando che larga parte dei 500 “facinorosi” che hanno messo “a ferro e fuoco” Milano non erano certo attivisti ma braccia e teste senza niente da fare, la scelta appare rischiosa, il pericolo è l’emulazione. Ma come evitarlo? Con gli schiaffi dei genitori, con due parole, con il dialogo?

Ad oggi, posso dire per contribuire a questa buona causa, non credo che l’anarchia sia nella violenza, nella rivoluzione o nella nostalgia di tempi ancestrali d’inciviltà. Al contrario, vivendo in un sistema tentacolare che ingloba e fa proprie anche le proteste, accrescendo su di esse il suo dominio, oggi l’anarchia potrebbe essere rinunciare al proprio potere, alla propria forza (la violenza è, etimologicamente, “odor di forza”) e, senza chiudersi alla società, ma anche senza volerla cambiare a tutti i costi (finendo per essere cambiati), ricordare che l’anarchia prima va frequentata e cullata nel buio della propria solitudine privata, poi, una volta fatta propria, va spiegata a chi non ha la lungimiranza e la libertà per capirla, con i significati, non con le pietre, e, forse, solo alla fine del processo va attuata. Prendetelo come un consiglio, da amico.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

Leggi anche

Top