Tra fascismo di lotta e di governo: siete sicuri che l’Italia s’è desta?

Nella settimana dell’Expo e dell’Italicum, lo storytelling renziano subisce due battute d’arresto, forse poco notate, ma estremamente importanti per capire la fase ed il cambiamento che stiamo vivendo: la bocciatura della Corte Costituzionale alla legge Fornero sulle pensioni e l’intervento dell’Istat sui dati provenienti dal mondo del lavoro (mai come ora essenziali per capire l’impatto del Jobs Act).

La legge Fornero prevedeva il blocco per l’adeguamento automatico delle pensioni superiori a 1443 euro al mese (tre volte il minimo Inps), le cosiddette “pensioni d’oro” ed è proprio qui che è intervenuta la Consulta sottolineando che dal testo non si evince “la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento”; praticamente non una bocciatura sulla costituzionalità, ma sull’aspetto economico della legge, evidentemente non chiarito a sufficienza. La interpretiamo come una negazione dell’indipendenza del potere legislativo o come una normale prassi nell’Italia in cui la magistratura riempie i vuoti della politica?

Per quanto riguarda i dati sulla disoccupazione e sui nuovi contratti, invece, non sembra ancora ritrovata la strada che conduce fuori dalla selva dell’incertezza. Circa una settimana fa il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, annunciava i 92mila nuovi contratti ed è stato prontamente smentito dall’Istituto nazionale di statistica: la disoccupazione a marzo è salita dello 0,2%. Il punto è delicato perché sul Jobs Act si misura la tenuta finanziaria del governo. Una spiegazione, soltanto apparente, per la differenza tra dati dell’Istat e del governo va cercata nei due diversi metodi di calcolo: il primo su campione (che però contiene anche lavoro autonomo ed atipico), il secondo (quello del ministero) è contabile, in cifra assoluta. In realtà la distanza tra le due letture è troppo ampia per poter essere così giustificata, a chi dare ragione?

Questi due “casi” indicano sia la debolezza della politica, in generale, sia la facilità dell’intromissione in essa di poteri “terzi”; è la rinuncia al rispetto dei propri confini e della propria onestà intellettuale, che imporrebbe, perlomeno, una spiegazione per i cittadini e non dei veti sterili.

In tutto questo sgretolarsi reale della democrazia e delle funzioni che i poteri si dividono, o si dovrebbero dividere, al suo interno, la fiducia sull’Italicum ha esposto Matteo Renzi ed il suo esecutivo alle accuse, mai gradite, di “fascismo”. Accuse che lo accomunano all’altro Matteo, il leader lepeniano-leghista, Salvini, che raccoglie ortaggi e manichini a testa in giù in giro per l’Italia. L’odio che ricevono, senza troppe difese, li offende, certo, a titolo personale, ma li rende (paradossalmente) invincibili, sul piano politico. Ci sono delle differenze importanti: Matteo S. raccoglie un “piccolo odio” (stiamo dando delle definizioni, per così dire, personali) dovuto alla protesta politica che continuamente, insistentemente, utilizza nella sua indomita campagna elettorale; Matteo R., al contrario, riceve un “grande odio”, causato dalla sua politica di governo, dalle sue scelte impopolari per le categorie, ben accolte dal pubblico ‘trasversale’ e dal suo piglio decisionista ed intransigente. Due fascismi che mal coincidono col ventennio di dittatura, o che ne rappresentano, al massimo, un aspetto marginale. Insomma, non possiamo credere che il fascismo storico sia stato solamente fervore dialettico (salviniano) o decisionismo politico (renziano); è stato anche questo ma parlare di fascismo ci sembra veramente troppo, sia dal punto di vista dell’analisi, sia per il passato.

Andando più nel dettaglio, nel contesto che viviamo c’è un fascismo colpevolmente tralasciato: quello che si annida nelle teste vuote di chi spacca vetrine e di chi brucia librerie e simboli culturali; è un fascismo la cui definizione sappiamo essere sbagliata (ca va sans dire) ma che va preso in considerazione perché non è più né di destra, né di sinistra (il fascismo degli antifascisti di cui parlavano, in modi diversi, Flaiano e Pasolini). È un fascismo qualunque, senza idee e senza ideali, fatto da persone qualunque, come il ragazzo della manifestazione no-expo che intervistato sostiene come sia giusto, quasi naturale, spaccare tutto. Ecco perché, a settant’anni dalla Liberazione, è necessario ancora riflettere sull’uso del termine “fascista” e sul gioco perverso della donchisciottesca resistenza, a prescindere, contro tutto e tutti.

Tenendo conto del fatto che, in sede di scrutinio, le teste si contano e non si pesano, e che dunque il tuo, il mio, il nostro voto conta come quello di un incappucciato qualsiasi, vi chiedo: “siete sicuri che l’Italia s’è desta?”



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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