Il fenomeno immigrazione: dietrologie, proposte e soluzioni (1/2)

“La situazione è drammatica, non si può continuare così, non possiamo accettare che centinaia di persone muoiano mentre cercano di attraversare il mare”; queste le parole di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo sulla tragedia avvenuta sabato notte a nord della Libia.

Come sempre accade, quando la storia utilizza il sangue degli uomini per scrivere le sue pagine più feroci, siamo stati assaliti dallo sgomento, prima della rabbia e della frustrazione, prima ancora del desiderio di capire e ragionare su quanto è accaduto. Soltanto alla luce di questo sgomento possiamo leggere le dichiarazioni di chi non ha perso tempo per propagandare sulla morte altrui. La dietrologia delle responsabilità ha colpito anche lì dove era necessario il religioso silenzio.

Tuttavia, dal momento che non è possibile scrivere il silenzio, cerchiamo di ragionare: l’immigrazione è un fenomeno sociale, prima che politico, che affonda le sue radici nel passato recente e che sta conoscendo il suo apice a seguito della caduta del regime libico e della conseguente instabilità del paese che si affaccia sul Mediterraneo. Questo è uno dei problemi “a monte” dell’immigrazione, insieme al fattore demografico, economico ed umano, riassumibili nella speranza di coloro che sfidano il mare e la notte. Gli scafisti, i mercanti di morte, non sono altro che una conseguenza, se vogliamo, del mercato e, solo in un secondo momento, diventano causa del fenomeno. Certamente senza immigranti non ci sarebbero scafisti, mentre non si può scommettere sul contrario. Pensare di estinguere l’immigrazione insieme all’estinzione di chi la gestisce (sia chiaro: con tutte le colpe che devono essere attribuite agli scafisti) è una illusione.

In seconda battuta, va chiarito che il barcone si è ribaltato: 1) per l’errore di chi era al comando; 2) per la reazione dei presenti a bordo che, spaventati dall’urto con il peschereccio portoghese che aveva risposto alla richiesta di soccorso, si sono spostati tutti su un lato dell’imbarcazione, già precaria di suo; 3) al di fuori del raggio d’azione di Triton ma anche al di fuori del raggio d’azione di Mare Nostrum. Ecco perché va evitata qualsiasi caduta nella dietrologia demagogica (con buona pace di chi vuole dare la colpa a Renzi ed all’esecutivo).

In un terzo momento, è utile ricordare ai buonisti ed ai benpensanti che, soprattutto in tempi di realismo politico, non è possibile risolvere la situazione con le belle parole sull’amore universale, sull’empatia, sulla convivenza tra popoli né tantomeno con i sorrisi o con i fiori che Pasolini proponeva di regalare ai celerini durante le proteste del ’68.

Siamo davanti ad un problema vero e proprio che vede due sole soluzioni a breve termine, e qualche possibilità, tra le quali una più concreta e probabile (che non necessariamente equivale ad una soluzione). La prima soluzione è l’apertura di un canale umanitario, rischiando di scatenare una spaventosa e fratricida “guerra tra poveri” del nostro Paese e poveri che arrivano nel nostro Paese, aumentando esponenzialmente la tensione sociale e nel dibattito politico; la seconda soluzione prevede che i nostri militari “affondino” i barconi, in barba al diritto internazionale marittimo ed alla componente umana della pietà (cristiana e non). Sinceramente nessuna delle due sembra essere praticabile (la seconda nemmeno accettabile).

Le possibilità che rimangono sono tre: un blocco navale in acque libiche, l’utilizzo di centri di identificazione e smistamento in territorio libico ed un insieme di interventi che allenterebbero la pressione sulle nostre coste. La prima e la seconda proposta sembrano inattuabili per la coesistenza sul territorio libico di due governi fortemente influenzati dalla componente religiosa e poco affidabili nelle trattative. Quello che invece potrebbero chiedere i rappresentanti del governo italiano al Consiglio europeo straordinario di giovedì è: l’aumento dei mezzi e dei fondi per l’operazione Triton; una maggiore coordinazione internazionale (con l’eventuale utilizzo di droni per individuare le barche i partenza e le basi degli scafisti); il tentativo di coinvolgere i paesi confinanti la Libia; un piano per il rimpatrio dei non-rifugiati ed un eventuale distribuzione dei rifugiati in tutti i paesi europei.

C’è grande speranza che il Consiglio europeo avalli le richieste italiane, sull’onda nera della disperazione e della paura del terrorismo, ma anche stavolta siamo riportati con i piedi per terra dalla volontà di chi, evidentemente, non ha questa rabbia nel cuore né il formicolio di idee ed immagini in testa oppure è, più semplicemente, bravo a nasconderli a se stesso. Tusk ha concluso infatti, escludendo “soluzioni miracolose” ed invocando misure “immediate per alleviare la situazione attuale”. Praticamente, poco di più di quello che si è fatto fino ad oggi.

Aspetteremo l’editoriale della domenica per il punto della situazione, purtroppo mai definitivo.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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