Forma e sostanza di una campagna elettorale

Cambiare aria fa bene, perché ti dà dei termini di confronto. C’è chi esagera nel fare confronti, ma in linea di massima fa bene. Questi giorni sono a Londra e me la sto girando in lungo e in largo. Zona uno, zona due, zona tre, zona quattro. È sempre Londra, anche se sta cambiando pelle. I cab neri, i bus rossi, i dipendenti degli uffici nei pub dopo l’orario di ufficio, lo strascico di turisti tra Piccadilly Circus e Covent Garden. Insomma, il solito, ma in continua evoluzione. Guardare lo skyline per credere. Ma non sta cambiando pelle solo Londra. A breve potrebbe cambiarla l’intero Regno Unito. Perché fra poco più di un mese ci saranno le elezioni nazionali. E, fidatevi, se non l’avessi saputo prima di partire, forse non me ne sarei accorto.

Non sono mai capitato qui sotto elezioni. Al massimo, una volta, ho incrociato la campagna elettorale per le comunali di Londra. E come quella volta, ma forse ancor di più oggi, è impressionante come tutto questo sia assolutamente impercettibile, a meno che non si prenda in mano un giornale o si accenda la televisione. La vita scorre, apparentemente, come se non stesse succedendo nulla. I quotidiani o buona parte – ripeto, a un mesetto dalle votazioni – relegano le notizie sulla campagna a partire da pagina dieci. Manifesti neanche l’ombra, in centro come in periferia. Assurdo? Eppure è così. Ed è difficile da accettare per chi viene da un paese dove la politica entra in ogni dove, occupa ogni spazio, abbruttendo città e campagne, con tre centimetri di carta appiccicata su bacheche elettorali arrugginite e con ogni sorta di porcheria elettorale.

In particolare la questione dei manifesti, ecco, questa, la più banale forse, merita due righe. In Italia non c’è partito o candidato che non riempia casa sua, quelle dei suoi gregari e le sedi di partito con manifesti, volantini, di ogni forma e colore. Tutte cose che, regolarmente, vengono sparse in ogni dove, appiccicate su ogni cosa, cassonetti compresi, con lotte tra bande di attacchini degne di una guerra fra minigang. Manifesti e volantini di cui, regolarmente, i partiti evadono le tasse di affissione. Manifesti e volantini che, regolarmente, sozzano, con i loro rimasugli, giardini, strade e marciapiedi. Per non parlare poi degli affari torbidi che girano intorno alle bacheche per l’affissione di manifesti politici, ma anche commerciali. Utilità di tutto questo? Zero di zero. Se si esclude chi ci lucra sopra.

In Inghilterra manifesti e volantini sono ridotti all’osso o, molto semplicemente, non ci sono e basta. Forse perché sono state eliminate le bacheche per l’affissione o forse perché la regolamentazione e i controlli sui manifesti elettorali, e non solo, è particolarmente restrittiva. Onestamente non mi sono informato. Ma credo che, qualsiasi sia stata la via seguita, il risultato sia notevole. Credo, anzi, che sia proprio un grande esempio di civiltà, oltre che di buon senso. Provate a immaginare, anche solo per pochi istanti, Roma, ma anche Velletri e le sue campagne, senza manifesti. Dalle stalle alle stelle, praticamente. No?

Si potrebbero scrivere centinaia di pagine sulle differenze tra la popolazione inglese e quella italiana e il loro rapporto con la politica. Non è questa la sede. Ma, senza entrare in discorsi riguardanti lo scibile umano, penso che potremmo tentare di avvicinarci un centimetro alla civiltà, proponendo una pura e semplice eliminazione del 90% (per essere buoni) degli spazi di affissione, o ponendo dei limiti molto più stringenti di quelli attuali, specialmente sotto campagna elettorale – che è come se non esistessero. Senza pretendere stupide rivoluzioni, morali o politiche, basterebbero piccole cose per rendere la nostra politica un po’ meno sguaiata e trasandata. Una rivoluzione di stile, ma non solo.

Perché la forma è sostanza. Nella vita, ma soprattutto in politica. Non credete?



Giuseppe Carteny

Laureato in Scienze di Governo, chitarrista liberale e aspirante politologo rock. O quantomeno blues. Militante di me stesso, per due anni attivista di Fare per Fermare il Declino. Ex membro della Direzione Regionale del Lazio ed ex membro della Direzione Nazionale del partito. Fondatore del sito collettivo Immoderati.it, collaboro con Geopolitica.info e TheFielder.net.

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