Il tifo come logica della nostra società

Sebbene l’idea del “panem et circenses” per rassicurare i cittadini risalga al tempo di Giovenale, è nell’età moderna e contemporanea che ha trovato applicazione concreta e la logica del tifo ne è solo un aspetto. Il termine tifo deriva dal greco “Typhos”, febbre, ed è sull’eredità di questa accezione che fonda il suo significato attuale, utilizzato per descrivere i “malati” (o, se preferite, gli appassionati) della febbre del calcio, appunto.

Col tempo le curve hanno assunto un codice sempre più specifico, fino a diventare un archetipo tribale sul quale si fondano le tifoserie così come le conosciamo. Questa particolarizzazione ha portato alla differenza tra due tipi di supporto alla propria squadra: uno indipendente dal risultato, dai giocatori, insomma, indipendente dal contesto e dunque da ogni potere, ed un secondo più aggressivo, che ha la capacità di influire sulle scelte della società e sullo stato d’animo dei giocatori e che, al contrario, rappresenta un potere vero e proprio all’interno della partita tra presidenza imprenditoriale delle società, politica e sport. È il tifo delle cosiddette “piazze calde”, dove basta poco per diventare un idolo ed altrettanto per essere cancellati nella nuova damnatio memoriae.

Nonostante possa sembrare banale, è lo specchio della nostra società e della nostra classe dirigente: tifo di lotta o di governo, moderati ed estremisti. I primi pronti a sostenere la squadra, i secondi pronti alla contestazione, al rallentamento, alla violenza. Considerato il “tipo antropologico” italiano, è quasi normale la presenza nella nostra serie A, che pure è un campionato estremamente atipico, sicuramente unico (come ogni aspetto, nel bene e nel male, del nostro paese), di numerose tifoserie di lotta, colluse col potere politico, malavitoso, al cui spettacolo penoso siamo purtroppo costretti ad assistere. Stando alle citazioni, potremmo dire che il nostro è l’unico campionato “in cui si è compiuto il marxismo”, in cui pochi eletti (che poi, da chi?) decidono che Carpi e Frosinone non possono disputare la massima serie, in cui la grande bellezza è solo decadente, in cui “non puoi spiccare sugli altri per più di una settimana. Poi ti riportano subito nell’aurea mediocritas”. È la perversione del “Buu!/Viva!” dalla quale non riusciamo ad uscire e nella quale viene riportato chi prova ad uscirne.

Sono gli episodi a determinare questa idea, perché non può essere normale che in una partita di calcio i tifosi costringano i giocatori della propria squadra a togliersi le maglie (è successo in Genoa – Siena dell’aprile 2012) o gli spettatori a dipendere da squallidi teatrini come nella finale di coppa Italia tra Napoli e Fiorentina del 2014, decisa più dagli ultras che dai giocatori (la domanda sorge spontanea, dove guardava Alfano?), evitando di citare i – fin troppo attuali – comportamenti degli ultrà romanisti.

Per definire la logica del tifo, è opportuno analizzare i due aspetti su cui si articola: c’è un problema politico ed un problema culturale. Il primo è sempre stato affrontato con poca cognizione della realtà (non dimentichiamo che l’oscena “tessera del tifoso” – Maroni la considerava una sorta di calmiere alla barbarie – ha avuto come risultato esclusivamente la sterilizzazione definitiva del tifo italiano) quando non poteva essere strumentalizzato per utilizzare gli stadi come bacino elettorale (chiedere a Renata Polverini, seduta sulla balaustra da candidata alla Regione in Lazio – Bari, 2010) e per buona parte anche colpevolmente sottovalutato, come nel caso dei tifosi del Feyenoord. Il secondo, invece, la lotta culturale alla dittatura del tifo organizzato, sempre più influente in un periodo di crisi, sia reale che ideale, come questo, è sopravvissuta fino ad oggi grazie a pochi singoli, sparuta minoranza eroica che non abbassa la testa: era il 18 giugno 1989 quando durante la partita Fiorentina –Bologna, Ivan dall’Olio, ragazzo di 14 anni rimane sfregiato da una molotov; nonostante l’imbarazzo della società e dei calciatori, Baggio (all’epoca giocatore della Fiorentina) ebbe il coraggio di portare l’umanità nel calcio andando a trovare il giovane Ivan sul suo letto d’ospedale.

Ed è proprio l’umanità che manca al nostro calcio malato, l’umanità dei simboli, giocatori ma Uomini veri, capaci di uscire dalla maschera e di non concedere la propria dignità al pubblico. Ripartiamo da Baggio, da Falcao (l’originale), dal filosofo Socrates, capace di mescolare carisma, intelligenza, onestà per la propria fede politica e di andarsene, a pugno chiuso, in “un giorno triste così felice” (consigliamo la lettura, di Lorenzo Iervolino), lasciando tutto ai suoi tifosi. Ripartiamo da qui: dall’umanità di chi preferirà sempre il “tifo per la cultura” alla “cultura del tifo”.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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