Il castello della realpolitik

All’alba del Quantitative Easing varato da Mario Draghi e dell’Eurogruppo che giudicherà – arbitro in terra del bene e del male – il piano greco per le riforme, la Germania si sveglia bruscamente con le statistiche della Freie Universitat di Berlino: il 61% degli intervistati ritiene che la democrazia tedesca non sia una vera democrazia. Il paradosso è grottesco: se da una parte l’opinione pubblica greca ha sotto gli occhi le restrizioni della nuova sovranità democratica che si profila, l’opinione pubblica tedesca trova nella gestione delle risorse federali da parte di Bruxelles la causa principale del suo risentimento.

E mentre, in casa nostra, i campani rispondono “assente” al grido dell’idealismo giornalistico – capeggiato da un Roberto Saviano versione “Masaniello” – e Renzi declina elegantemente le domande dei giornalisti russi, evitando la spada di Damocle dell’omicidio Nemtsov (non sempre si può nascondere l’imbarazzo), il pragmatismo erige al cielo il suo monumento, sempre più forte, inarrivabile.

La situazione libica, con la mediazione fissa in testa, può essere risolta con la diplomazia. Ma quanto può essere spinta in là la nostra tenuta democratica? La risposta è del nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che, ricevuto domenica scorsa da Javad Zarif, capo della diplomazia iraniana, spinge per un accordo sul nucleare e, di conseguenza, sulla “lotta comune” contro l’autoproclamato stato islamico (non ce la sentiamo di scriverlo con le maiuscole). Insomma, mettiamo da parte le diversità e uniamo le forze nonostante le differenze. Tuttavia, i nuovi scenari pongono nuove domande e cioè: cosa penserà Bashar Al Assad, leader siriano, che fu praticamente costretto allo smantellamento delle sue armi chimiche nel 2013 da Francia e Stati Uniti e che oggi è in prima linea contro l’ISIS? Il pericolo di cadere nell’incoerenza, offrendo il destro alle polemiche, c’è ed è normale che ci sia considerata la frequenza con cui cambiano i governi.

Anche su questo argomento siamo costretti a declinare elegantemente le critiche dal realismo politico imperante. Ma più che realista, pensare che cercheremo nei nemici di ieri un alleato per i nemici di oggi è qualcosa di molto vicino al surrealismo magrittiano. Eppure, il parallelo non regge: Magritte lascia sempre uno spiraglio, una speranza di libertà nelle sue opere e passare dal “Castello sui Pirenei”, in cui la speranza domina sul mare, ad “Il Castello” di Kafka è un attimo.

Questo è il tipo di sur-realismo a cui facciamo, tristemente, riferimento: è il surrealismo kafkiano che domina la nostra politica (interna ed estera); è il surrealismo di chi sperava un castello sui Pirenei ed ha avuto indietro un castello di burocrazia, di compromessi, di domande.

“Che potere avremo davanti?” La domanda è posta al futuro ma la risposta viene dal passato, dai classici: se Melville, citato ne “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi, in “Benito Cereno” evidenzia l’ingiustizia delle gerarchie sociali, Kafka si spinge molto più in là, ponendosi davanti al Potere fino alla pazzia per non riuscire a comprenderlo, per non riuscire a rappresentarlo. Non è forse quello che abbiamo davanti? Un potere sempre più incorporeo ed aleatorio, incomprensibile, che sembra lasci guidare al caso le sue scelte; un potere capillare che ha già saputo oscurare – gestendoli – coloro che lo gestiscono.

Senza cadere nella trappola del complottismo, che avrebbe visto un parallelo letterario (più che scontato) forse in “1984” di Orwell, difendiamo le nostre tesi sapendole soltanto una chiacchierata, un insieme di parole, quindi innocue, se non inutili.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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