Assad e Gheddafi, rimpianti all’inverosimile

Sull’autobus, di ritorno da un’uscita didattica, una mia compagna – che ha fatto esperienza della Siria e ne conosce le dinamiche sociali – mi spiega quanto sia assurda la situazione in Medio Oriente: rimpiangono Assad. Rimpiangono il monopartitismo imposto per trent’anni e oltre. Mi stupisco, all’inizio. Poi lo escludo. Non ci credo. Oggi invece leggo della Libia, consanguinea (volente o nolente) della terra curda, con parallelismi storici che fanno confondere chi – come la sottoscritta – non ha mai guardato più a est di Mykonos.

Gheddafi salì al potere nel 1969, solo due anni prima di Hafiz, scansando il monarca e instaurando una dittatura di tipo militare (poi mutata in “regime delle masse”). Entrambi puntarono al panarabismo e all’esclusione – in senso letterale – di tutti gli stranieri dal suolo nazionale. Entrambi capaci fautori di un (relativo) benessere sociale, con manovre di nazionalizzazione dei possedimenti petroliferi, il comandante nordafricano e con progetti infrastrutturali come la diga di Thawra, il socialista arabo (almeno così ne indica l’orientamento politico l’enciclopedia virtuale di tendenza). Le due facce di una stessa medaglia? Peggio: li si poteva vedere insieme e contemporaneamente nell’aprile del 1971, durante l’istituzione della Federazione delle Repubbliche Arabe, in realtà tentativo mai riuscito.

Poi la rivoluzione. Questa volta però a mobilitarsi fecero prima i siriani: già nel 2000, quando si cominciò a vociferare sulla possibile successione di padre in figlio (Bashar), nacquero proteste di stampo curdo-indipendentista, represse militarmente. Ne conseguirono la chiusura verso l’Occidente e la censura della stampa. Nel gennaio 2011 iniziarono gli scontri più cruenti. Mentre Assad accusa forze straniere di fomentare la rivolta e condanna i media satellitari come Al Jazeera di sobillare i rivoltosi (“Cospirazione, chi vuole guerra l’avrà” – La Repubblica), Gheddafi risponde alle accuse per le vittime del ’96 con la repressione a Bengasi e a Beida, in un secondo momento a Tripoli, oggi presieduta ufficialmente dal Congresso generale nazionale, concretamente dalle milizie di Alba libica.

In entrambi i conflitti le comunità si sono frammentate, forse per colpa dei razzi RPG, gettati come semina su un campo falciato, provocando voragini oltre che migliaia di morti (fonti non attendibili riportano circa 50.000 in Libia e 210.000, al momento, nel conflitto curdo). Un numero indeterminato di milizie si è schierato contro i rispettivi regimi. Ma mentre nell’ottobre del 2011 il Consiglio Nazionale di Transizione nordafricano ha portato a termine la cattura e l’esecuzione del Ra’is libico, l’ESL cerca ancora di sradicare il reietto Assad junior.

«Alla guerra di tutti contro tutti sono abituati, lì», mi dice la mia compagna coi fumetti di ZC in mano. Per loro è una costante. L’equilibrio statale che duri più di dieci anni è un chimerico “ideale” che gli occidentali vogliono imporgli. «Se non fosse per gli interventi americani sarebbe già tutto finito… Con 30.000 perdite se la caverebbero…». «E lo jihadismo? I sunniti? Gli sciiti?», le chiedo, ignorante. La religione, quella della comunità curda protetta dalle YPG, non c’entra niente. Il potere, il governo, per quello si combatte. E i civili – gli unici veri ribelli – lo sanno: lo sa Newroz, responsabile di un campo profughi a Kobane (sul confine turco), dove il vignettista romano dell’Internazionale ha “alloggiato” e lo sa la mia amica.

Ecco perché il 17 febbraio scorso nessun libico ha festeggiato l’anniversario della rivoluzione. Ecco perché c’è chi dice che “si stava meglio quando si stava peggio”.

Giorgia Giordani



RedazioneWT

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