La guerra in Libia ed altre bugie

Vivendo, purtroppo, assorti nell’insistenza del giornalismo d’informazione, in un paio di giorni siamo stati travolti dalla possibilità di una guerra italiana in suolo libico. L’emotività mediatica costruita ad hoc ci aveva quasi convinto. Intendiamoci, la paura del califfato è reale e giustificata, la situazione è tragica, ma è proprio questo il momento di restare lucidi e mettere alla prova la nostra tenuta democratica e diplomatica, ricordandoci che non è solo un abito per i giorni di festa.

Quello che abbiamo sotto gli occhi non è, semplicisticamente, “terrorismo” (amplificato dalla velocità comunicativa – gioco a cui tutti siamo ben contenti di giocare), ma uno Stato non riconosciuto che si sta progressivamente sostituendo alle fragili forme di governo, risultato delle “primavere arabe”. Fu proprio in quel frangente che la Francia e l’Inghilterra spinsero per armare i ribelli ed ignorarono l’Italia, fautrice di una strategia non-interventista: le divisioni e l’irrazionalità che da decenni corrompono le strategie estere occidentali, rendendole vane ed inutili, vanno indicate come principali cause dell’avanzata dello stato islamico, capace di costruire macerie sulle macerie delle dittature precedenti.

Il paradosso di una guerra è nella nostra incoerenza tutta occidentale: è possibile pensare ad un’alleanza militare tra Stati Uniti e Siria – con la coda Iran – contro l’IS? Gli stessi due stati che fingono di non conoscersi alla luce del sole, si stringerebbero la mano nelle tenebre? Attualmente gli stati mediorientali a combattere contro il fondamentalismo sono proprio la Siria, la Giordania e l’Egitto (questi ultimi due gli unici a fornire una sponda solida ad un intervento su scala mondiale). E dal presidente egiziano al-Sisi sentiamo invocare a gran voce la partecipazione dell’ONU. nella soluzione dei conflitti – forse inconsapevole del fatto che nel territorio egiziano i caschi blu hanno dovuto mettere piede più di una volta (e senza neanche troppo successo) perché una pace non bastava.

Ma siamo all’altezza di mettere da parte le differenze tra politiche estere? Siamo capaci di dimenticare le scelte sbagliate? E soprattutto, abbiamo intenzione di bombardare “un po’ qua, un po’ là”, o peggio, pensiamo ancora di costituire uno stato (realisticamente più stati) in Nordafrica sul modello delle democrazie occidentali, “supportandolo” con decenni di militarizzazione forzata, come spesso è avvenuto? Gli interrogativi sono troppi e c’è il rischio di fare un regalo ad al-Baghdadi. La foglia di fico di una guerra per la pace offrirebbe il destro ai miliziani, già capaci di basare le loro forze sul reclutamento di cittadini volontari stanchi della povertà e feroci nemici dell’occidente. C’è il rischio di trasformare la guerra di religione in una anacronistica guerra di classe: sfruttati e abusati contro imperialisti, comportando la radicalizzazione dell’odio fratricida sulle coste africane del Mediterraneo.

Per ultimo, c’è poi da interrogarsi sul nostro labile senso della storia e della Costituzione: meritiamo di sentire insulse campagne elettorali su delle vite umane? Il castello di carte, che poi è il nostro senso civico, verrà giù ad ogni soffio di vento? Speriamo di no.
Nei giorni del gravissimo ed inaccettabile attentato di Parigi eravamo tutti “Charlie”, contro la guerra, la violenza ed il terrore, per gridare la nostra libertà di espressione fino a perdere la voce, difendere i nostri diritti e per immaginarci come costruttori di un mondo perfetto, dove “non c’è mai la guerra”. Un mese dopo siamo qui, a volerla, questa (mica tanto santa) guerra. Dimenticando che la guerra fagocita le fantasie degli uomini, che la guerra è da sempre e per sempre contro l’Uomo.

Veramente in un mese siamo passati da essere tutti “Charlie” ad essere tutti scemi?



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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