Con “Todo Modo” e “Anime Nere” il cinema politico si specchia al Saturno Festival

Martedì 9 dicembre “Todo Modo” e “Anime Nere” sono stati i film che hanno contraddistinto la programmazione del Saturno Film Festival al Teatro Artemisio di Velletri.

Negli anni del cosiddetto “compromesso storico” tra la DC ed il PCI, precisamente due anni prima del rapimento Moro (16 marzo 1978 ndr.), “Todo Modo”, tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia, nonostante la regia di Elio Petri, le scenografie di Dante Ferretti e le musiche di Morricone, fu ignorato dalla critica e snobbato tanto dai democristiani quanto dai comunisti, imbarazzati. Riscoprirlo oggi grazie al Saturno Film Festival e, per di più, a confronto con “Anime nere” di Francesco Munzi, alla luce di un Potere più che mai gattopardesco in cui nulla è cambiato, fa il suo effetto.

Eppure qualcosa è cambiato nei 38 anni che hanno visto susseguirsi 12 legislature e qualche Oscar. È cambiato il cinema.

Munzi e Petri, infatti, vedono da una angolatura totalmente diversa il potere ed il rapporto conflittuale che ha con se stesso. Il primo sceglie di raccontarlo nel suo grado più basso, l’anti-stato mafioso, mentre il secondo analizza in un film-labirinto pasoliniano (come lo definì lo stesso Sciascia) il Potere nelle sfere più alte, a metà tra quello religioso e quello politico.

In “Anime nere” c’è una dimensione arcadica (anche nella scelta dei suoni naturali, con poche musiche) in cui è analizzata la psicologia delle identità personali davanti all’illogicità della mafia. Di fianco a Leo, simbolo di una generazione perduta nella ricerca del vuoto paterno, c’è Luciano (Fabrizio Ferracane) che sceglie forse l’opposizione più forte e più inutile, quella del silenzio. Un silenzio che è rotto solamente dal fragore della violenza, dall’attrito del meccanismo-potere senza l’olio della democrazia.

Al contrario, in “Todo modo” è l’illogicità stessa a plasmare i personaggi in favore di una omologazione generale, frutto dell’incapacità di affrontare le differenze in un confronto, senza sfociare nella “riconciliazione” tanto voluta da M. – liberamente ispirato ad Aldo Moro (Gian Maria Volonté). L’occulto, il potere nascosto, quello che non può essere estirpato, fa da sottofondo costante alla macchina da presa, entrando negli androni e nelle coscienze senza mai abbandonare la scena e lo spettatore. La violenza è impercettibile e letale. Tutto si compie al di là della scena, nell’enigmatico totale.

In “Todo Modo” Petri inscena l’opinione incredula dei testimoni, dei diretti interessati, di chi è coinvolto anche nell’assoluzione (che non può essere spirituale), mentre Munzi in “Anime Nere” rappresenta il fatto, i movimenti del denaro e del potere. Se nel novecento l’intellettuale – e quindi anche il regista – era un decodificatore della realtà che stava dietro gli eventi, dietro le quinte dei telegiornali e dell’informazione borghese, oggi siamo di fronte ad una regia tecnica, introspettiva e di altissimo livello che affronta le stesse tematiche nel piccolo delle ambizioni e delle miserie umane.

Oggi, a metà tra presente e passato, possiamo e dobbiamo chiederci se il futuro del cinema sarà politico o tecnico; se affronteremo il Potere senza dare nulla per scontato come fece Petri, mettendo tutto in discussione, o se il regista sarà sempre più un testimone della realtà da ricreare scientificamente sullo schermo. Insomma, chiediamoci se la settima Arte cinematografica sarà indipendente e libera, come auspicavano gli anni ’70, o se, anche nella scelta di tematiche difficili, sarà una forma di intrattenimento (seppure per una nicchia intellettuale). Ai posteri l’ardua sentenza.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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